Abstract

La ripresa americana è un vero boom o è una pausa nella crisi dettata da strategie elettorali? E’ questa, in estrema sintesi, la domanda che si pone l’autore dell’articolo. Precedenti situazioni in ambito di elezioni presidenziali e soprattutto un’indagine sull’ampiezza della crisi, fanno propendere per la seconda ipotesi. Il declino economico USA trascina il resto del mondo, subordinato alle strategie di sopravvivenza del capitalismo americano, e l’antagonismo con le nuove potenze emergenti (Cina in primo luogo), che potrebbe prefigurare scenari da conflitto interimperialista, viene controllato con l’esibizione della forza militare della sola superpotenza rimasta.

Il 30 ottobre, il Dipartimento del Commercio USA ha annunciato che l’economia americana era cresciuta del 7,1 % annuo nel primo quadrimestre del 2003. Siccome queste statistiche sono costantemente riviste ci si può chiedere che cosa questo dato realmente significa (ricordiamo che il “miracolo produttivo” della seconda metà degli anni ’90 era stato fortemente ridimensionato alla luce del crash del marzo 2000).

In ogni caso è chiaro che l’amministrazione Bush sta tirando la volata per la propria rielezione nel 2004 e sta definendo la sua strategia. Non è necessario credere in un “ciclo affari politica” per riconoscere che il governo americano ha sufficienti strumenti per far crescere l’economia nell’anno delle elezioni. L’episodio più noto di questo stratagemma è stata l’inflazione controllata nixoniana del 1971-1972 fondata sul controllo salari-prezzi, la “riforma” del sistema di Bretton Woods (consistente in un ricarico del 32% sulle importazioni dall’estero e un massiccio – per il periodo – deficit-spending) per assicurare la rielezione del presidente alle elezioni del 1972, dopo le quali l’inflazione decollò, il sistema di Bretton Woods collassò, e gli USA – e il resto del mondo – piombarono nella più profonda depressione economica (1973-1975) dal 1930. Naturalmente Nixon aveva a che fare con tendenze di lungo termine che puntavano lontano, oltre la sua strategia elettorale, ma lo scopo del “ciclo affari politica” è avere la merda nel ventilatore immediatamente dopo le elezioni, permettendo la massima flessibilità politica per “fare qualcosa” dopo il consolidamento del potere politico.

Quello che è indiscutibile è che ci sono stati tre anni (2000-2003) di ribasso nel mercato azionario USA e del resto del mondo, periodo nel quale si sono volatilizzati trilioni di dollari e di “dolce” recessione, la quale è apparsa tale sulla base di dubbie statistiche, costantemente manipolate a fini politici. Il tasso ufficiale di disoccupazione del 6% nel triennio 2001-2003 non include l’1% della popolazione che è in carcere, né le persone definitivamente espulse dal mondo del lavoro e nemmeno coloro che lavorano part-time (anche per poche ore alla settimana) che vengono considerati lavoratori full-time. Includendo questi settori di popolazione, il tasso reale di disoccupazione è stato stimato essere dell’11%. In realtà, 2,7 milioni di posti lavoro sono scomparsi dall’economia americana dal 2000 e c’è stato, finora, solo un piccolo rialzo occupazionale per le figure professionali.

E’ ugualmente chiaro che dal gennaio 2001 in avanti, Greenspan e la Federal Reserve Bank stanno considerando la possibilità di un crash deflazionistico dispiegato, seguente la fine del boom high-tech (a questo proposito si è scoperto che il 98% delle fibre ottiche prodotte negli anni passati non sono mai state usate. Il Federal funds rate (il tasso al quale la Federal Bank presta alle banche) è sceso dal 6% all’1% del giugno 2003. A questo bisogna aggiungere il taglio delle tasse per i ricchi (approssimativamente 200 miliardi di dollari per anno) e il rapido incremento del deficit federale (stimato a 375 miliardi di dollari per il 2003) dal pareggio di bilancio raggiunto negli ultimi anni di Clinton (è divertente vedere ora i Democratici attaccare i Repubblicani per il largo uso del deficit spending). Infine, il declino del dollaro dopo il 2002 (30% contro l’euro, 10% contro lo yen) è mirato a fare degli USA dei buoni risparmiatori oltreoceano, e questo se finora non è servito a tenere a freno i 500 miliardi di deficit della bilancia dei pagamenti, dovrebbe però in breve tempo tradursi in inflazione per l’incremento del costo delle merci importate. Nello stesso tempo, gli USA debbono prendere in prestito 1,5 miliardi al giorno per coprire questo deficit e, attualmente, prelevano il 40% dei risparmi mondiali. La stima minima di 2 trilioni di dollari di indebitamento estero (10 trilioni di dollari in mano agli stranieri contro 8 trilioni di beni americani all’estero) significa che il debito estero totale degli USA è già il 20% del PIL, un livello tipico di un paese del Terzo mondo. Attualmente l’1% del PIL americano è destinato a pagare gli interessi del debito estero consolidato.

L’attuale ondata di euforia per il superamento del ribasso del 2000-2003 è basata su questi ed altri indicatori cartacei di una espansione che però non ha ancora cambiato nessuna delle tendenze di crisi degli ultimi anni, ma è ancora abbastanza fondata sull’espansione della liquidità menzionata prima. Per tutti gli ultimi anni ’90, inneggianti alla “New Economy” e alla rivoluzione high-tech, è parso che la salute dell’economia americana dipendesse dalla buona volontà e capacità degli Americani di comprare case e automobili a credito, esattamente come 40 anni prima. I profitti delle corporate USA del terzo quadrimestre sono di buon auspicio, ma un commentatore di “scuola austriaca” come Richenbacher ha indicato come questi siano basati sulla riuscita di sospensione di attività e di downsizing delle stesse. La strategia basilare di allentamento del credito ha ottenuto di condurre il debito degli USA “consumatori” al massimo di tutti i tempi, iniziando con l’ingegnoso meccanismo del mortgage refinancing (rifinanziamento delle ipoteche – NdT) – mettendo centinaia di miliardi di dollari di potenza di spesa nelle mani della classe media – basato sulla sopravveniente (ma attualmente satura) “bolla” del mercato nazionale edilizio. Questa “bolla”, come quella del dollaro, segue la precedente dell’high-tech nel collasso, lasciando milioni di persone con ipoteche gonfiate da pagare.

La speranza di Greenspan e Bush era che la spesa dei grandi consumatori avrebbe mantenuto l’economia viva fino all’innescarsi di un circolo virtuoso con la produzione, in uno schema di precedenti emergenze recessive a partire dalla II guerra mondiale. Comunque, con le aziende americane operanti al 75% della loro capacità e ancora impegnate ad uscire dagli indebitamenti degli anni del boom, questa spesa di capitali non è decollata e neppure ha prodotto qualche significante rialzo nell’ingaggio di lavoratori.

Uno dei migliori indicatori della perdita di fiducia dei capitalisti nell’attuale rialzo è la rapida salita dei prezzi di diversi beni rifugio (un altro parallelo con l’inflazione del 1971-73), guidati dall’oro che è aumentato del 20% nel 2003.

E’ ora essenziale rivolgersi alla dimensione internazionale del recupero americano, dimensione che è percepita marginalmente negli USA stessi. Quindici anni orsono, il principale antagonismo nell’economia internazionale sembrava essere quello tra gli USA e il Giappone: le merci giapponesi stavano conquistando il mercato dei beni di consumo americano e dollari USA venivano accumulati nella Banca del Giappone. Oggi, l’attenzione è maggiormente puntata sull’antagonismo tra USA e Cina, che sta cambiando la divisione internazionale del lavoro. Il “motore della prosperità” sono state per anni le esportazioni asiatiche verso gli USA. E’ stimato che Cina, Giappone, Taiwan e Corea del Sud, da soli, abbiano incassato oltre un trilione di dollari e la maggior parte è stata riciclata nel mercato americano dei capitali (come il debito governativo) per rendere possibile una sempre maggiore espansione del credito e il loro consumo negli USA stessi. Similmente all’Europa degli anni ’50 e ’60, la potenza industriale asiatica permette agli USA di sostenere il suo deficit con i propri IOUs (Investor-owned utilities – utili degli investimenti – NdT). Un trend simile, sebbene non della stessa scala, è ancora visibile con i detentori di dollari europei e dell’OPEC.

Questa centralità del dollaro nell’economia mondiale è il principale enigma da sciogliere per capire le future possibilità di accumulazione. Il dollaro è stato in “crisi” fino dal 1958 circa, da quando il sistema di Bretton Woods ha iniziato a “scollarsi”, ed è sopravissuto al collasso di quel sistema (1971-1973) per tre decenni come “dollaro standard” (in contrasto col precedente standard “convertibile in oro” del 1944-1971). Durante questo periodo, l’industria USA è stata ridimensionata e dislocata. Con l’emergere della Cina, le aziende manifatturiere del confine USA-Messico sono state trasferite nello Shenzen. Gli stranieri hanno sovvenzionato il deficit USA per 45 anni, come prezzo per l’accesso al mercato dei beni di consumo americano.

Contro-tendenze a un brusco declino del dollaro alla data includono investimenti diretti esteri negli USA (in parte per aggirare possibili interventi protezionisti invocati da qualche settore dell’industria o del lavoro organizzato), e il ritorno di profitti dai sempre considerevoli investimenti esteri USA. Ma nessuna considerazione sull’estensione del declino economico USA dagli anni ’50, può celare il crescente carattere fittizio dell’economia americana nel suo complesso. Un indicatore mostra questo trend meglio di ogni altro: il Tobin’s Q, che si esprime nel rapporto tra il totale i beni di capitale e il loro costo di rimpiazzo. Uno studio mostra che questo rapporto fluttua intorno a 1 per l’intero 20° secolo, fino al 1995, con ovvie variazioni sotto l’unità (gli anni della depressione e della deflazione, i ’30) e sopra l’1(gli anni del boom inflazionario, ’60 e ’70). Dal 1995 al 2002, il Tobin’s Q per i capitali americani è salito al 2,11. Il credito che ha reso questo possibile era in gran parte esteso all’estero.

Questo incremento è contemporaneo con la salita del dollaro negli stessi anni, dopo il dollaro a buon mercato del periodo 1985-1995. Investimenti esteri in dollari, dopo il 1995, hanno determinato un “circolo virtuoso” nel quale considerevoli profitti sono integrati con la stabile salita del dollaro stesso. A partire dal 2000, il circolo virtuoso è diventato un circolo vizioso, con il collasso del valore delle azioni interagente con un dollaro declinante, così che l’investitore straniero perdeva su entrambi i fronti. Dal 2002 gli investimenti diretti esteri sono crollati e il capo della Banca Centrale Europea Wim Duisemberg si domandava se il declino “inevitabile” del dollaro sarebbe stato una graduale ritirata o un panico globale.

Ma questo è lontano dall’essere solamente “economico”. Nella critica dell’economia politica è essenziale guardare alla “politica” per capire come quello che succede negli USA si estenda al resto del mondo e come questo paghi per il suo declino e la sua crisi. Successo o fallimento qui saranno in parte determinati dalla lunghezza dell’attuale recupero della perdita di lavoro americana.

Il problema fondamentale per il capitalismo americano è la massa di capitale fittizio circolante globalmente (direttamente incorporata nei 2 trilioni di dollari di debito esterno) che si è costituita in 45 anni di egemonia del dollaro, rendendo possibile la valorizzazione di quel capitale con l’estrazione di un proporzionato ammontare di surplus. (Non stiamo ancora considerando la quantità di dollari vincolati nel mercato globale derivato e nei fondi protetti). Questa è la chiave della politica estera USA che è mirata a infrangere le residue barriere a questa estrazione. Questo viene fatto: attraverso le politiche neo-liberali del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, salassando 4 miliardi di persone in 80 paesi del Terzo Mondo; con la dissoluzione dell’ex blocco sovietico e la disponibilità delle sue grandi risorse naturali, che sono state oggetto di un saccheggio senza precedenti, provocando (in Russia) la più grande contrazione demografica mai avvenuta nella storia moderna in tempo di pace; con l’apertura della Cina, la cui economia, dopo vent’anni di crescita attorno all’8-10% annuo è ora in pericolo di “surriscaldamento” per l’assorbimento di una tale quantità di dollari di surplus; con il NAFTA, la zona di libero scambio con Canada e Messico, che si vuole estendere all’intera America Latina. La politica USA, ora, bussa alle porte delle potenze industriali europee e asiatiche che ancora frappongono qualche ostacolo al saccheggio dei capitali tramite quel “governo delle corporate” che negli stessi USA ha prodotto il meltdown (fusione o scioglimento, riferito alle Borse – NdT) del dopo 2000. Gli USA hanno tratto importanti vantaggi dalla crisi asiatica del 1997-98, forzando la Corea del Sud e altri paesi dell’area ad aprirsi a “riforme”. (Studi attuali stimano che 3,3 milioni di posti di lavoro migreranno dagli USA all’India entro il 2015, facendo di quel paese, insieme con la Cina, un’ulteriore fonte di bottino). Gli USA hanno guadagnato forti punti di appoggio in Europa e Asia inviando truppe dalla Georgia all’Uzbekistan (con Polonia e Romania che hanno accolto basi militari americane) con una politica mirata a mantenere Europa, Russia, India, Cina e Giappone fuori dai giochi e perciò docili alle necessità della “sola restante superpotenza” mondiale.

A meno che, e fino a che, l’Unione Europea non sviluppi una forza politica e militare adeguata alla sua dimensione economica, il maggior ostacolo alla strategia USA di contrastare il proprio declino, rendendo il resto del mondo subalterno alle sue necessità, rimangono l’Asia, e in definitiva la Cina. Fino dalla crisi del 1997-98, le potenze asiatiche hanno fatto tentativi di costituire un blocco simile all’Unione Europea e al NAFTA. Blocco che dovrebbe implicare un’unione doganale, una moneta asiatica e qualcosa di simile a un Fondo Monetario Asiatico indipendente dall’FMI. (Il Giappone ha fatto varie proposte in questo senso, che sono state tutte osteggiate dagli USA). E’ ovvio per chiunque che l’ultimo paletto di questa strategia è la rottura delle barriere per l’accesso al mercato americano e la successiva accumulazione di dollari in cambio di beni. Di conseguenza (come ha fatto il Segretario al Tesoro durante il meltdown asiatico) gli USA hanno ridicolizzato questi tentativi, proprio come hanno ripetutamente intralciato (mediante l’Inghilterra, la NATO e le guerre afghana e irakena) l’unificazione europea.

Questa breve analisi non ha detto nulla circa l’altro potenziale ostacolo alla gestione della crisi capitalistica USA: la working class americana. Questo perché, in parte, il capitalismo americano, fin dal 1973, è sempre riuscito a colpire le condizioni di vita dell’80% della popolazione USA senza la più piccola aperta opposizione. Un segno di questo è la totale assenza di scioperi. L’attacco alla working class si spinge avanti quanto viene lasciato andare dai lavoratori. Le pesanti perdite dei fondi previdenziali, pagate dalla gente comune, nel meltdown del mercato azionario, la scomparsa delle pensioni per milioni di persone, l’esplodere dei costi della sanità privata, i recenti scandali della Enron, World.com, Tyco, ecc. hanno eroso la base populista e popolare della austerità neo-liberale degli ultimi 30 anni. Gli scioperi di Los Angeles nei supermarket e in altri settori, iniziati in ottobre, hanno riscosso nella popolazione una solidarietà e una simpatia che non si erano mai viste. Per ripristinare il salario minimo negli USA (6,5 dollari all’ora) al suo potere d’acquisto di 30 anni fa, dovrebbe essere portato a 18 dollari l’ora: anche una moderata offensiva della working class per riguadagnare il terreno perduto potrebbe segnare la fine dell’impero del dollaro.