Per molti decenni, i rivoluzionari marxisti hanno pensato che la realtà sociale dell’Unione Sovietica, della Cina e delle altre cosiddette società socialiste fosse Ia negazione del programma di Marx di emancipazione della classe operaia e dell’umanità. Molti teorici, cominciando da Rosa Luxemburg, nel suo libro del 1918, La rivoluzione russa, per proseguire con Mattick, Korsch, Bordiga, Trotsky, Schachtman e CRL James (per nominarne solo qualcuno) hanno dedicato le loro maggiori energie a sistemare Ia famosa «questione russa»: il significato specifico per i marxisti della sconfitta della rivoluzione russa e il successo internazionale dello stalinismo. La varietà dei punti di vista in questo dibattito sembra sopratutto confermare la definizione di Winston Churchill, molto lontano dal marxismo e dalla sinistra, secondo cui il sistema sovietico era «un arcano avvolto in un mistero all’interno di un enigma)”. Gli eredi contemporanei delle teorie dello ‘Stato operaio degenerato’, ‘collettivismo burocratico’, ‘capitalismo di stato’ o ‘società di transizione’ hanno tutti le loro analisi e spiegazioni – molte delle quali auto-consolatorie – dell’attuale evoluzione del blocco dell’Est. Con il moderato ottimismo caratteristico della tradizione marxista, molte di queste correnti tendono a pensare (come ha fatto anche chi scrive) che il più grande avversario della moribonda burocrazia stalinista sarebbe stata la classe operaia rivoluzionaria, che avrebbe lottato alla fine per il vero socialismo. Pochi hanno previsto – e tra quelli che hanno completamente sbagliato la previsione ci sono i trotskysti,  secondo i quali il blocco dell’Est si basava su fondamenta sociali superiori a quelle dell’Ovest – che i maggiori pretendenti per una successione post-stalinista non sarebbero stati i marxisti rivoluzionari ma i neo-liberali filo-occidentali ispirati da von Hayek e da Milton Friedman e dalle correnti autoritarie di destra del periodo tra le due guerre (con gli ex-stalinisti presenti in modo prominente in ciascuna delle correnti). Ancor di meno à stato previsto che la morte delle fondamenta sociali dello stalinismo avrebbe provocato una profonda crisi del marxismo stesso. Poichè la crisi del blocco dell’Est non genera consigli operai o soviet ma solo populismo della terra e del sangue, nazionalismo crudele, regionalismo, fondamentalismo religioso e antisemitismo (correnti autoritarie che sono lontane da qualsiasi residua opposizione di sinistra contro il FMI e contro il mercato), è diventato piú chiaro di prima che la maggior parte degli schemi concettuali a disposizione dei marxisti rivoluzionari, all’Est come all’Ovest, che sono stati sinora impiegati per comprendere la storia mondiale dal 1917 in poi, hanno bisogno di un profondo riesame.

Questo articolo vuole essere un modesto contributo a questo riesame. Esso presenta, al riguardo, le poco conosciute idee del marxista italiano Amadeo Bordiga (meglio ricordato, quando non è dimenticato del tutto, come uno degli ultrasinistri criticati da Lenin in Estremismo, malattia infantile del comunismo), sulla natura dell’Unione Sovietica. Piú in generale, il presente articolo considera la tesi che la questione agraria, fondamentale per Bordiga nelI’analisi del capitalismo, per quanto poco discussa, sia Ia chiave effettiva della storia tanto della social-democrazia che dello stalinismo, le due deformazioni del marxismo che hanno dominato il ventesimo secolo. Intende esporre l’idea che la stessa socialdemocrazia europea (e soprattutto quella tedesca), persino quando parlava un chiaro linguaggio marxista, non era altro che una distorsione statalista del progetto marxiano, e piú ancora una scuola per una fase piú avanzata del capitalismo, l’emergente welfare state keynesiano. Suggerisce che quello che sta scomparendo oggi è la deviazione statalista delI’emancipazione della classe operaia, che effettivamente non è stata altro che poco più di una rivoluzione borghese per l’industrializzazione delle societá arretrate, e nemmeno lontanamente socialismo o comunismo. Infine, questo lavoro intende sostenere che qualsiasi abbellimento di una visione a tinte rosee della socialdemocrazia storica tedesca, come era prima del trionfo del ‘revisionismo’, deve portare ad un completo impasse ed ad una assenza di pr~ spettiva per il periodo contemporaneo. La storia, sempre piú avanti della teoria, sta ripulendo i detriti dell’ereditá della socialdemocrazia e dello stalinismo. Oggi, Ia questione di come il progetto marxiano si sia legato, dal 1860 in avanti, con il progetto statalista dell’assolutismo illuminato e la sua versione dell’Aufklaerungè piú presente che mai. Ancora piú pressante, naturalmente, è la questione di come ce ne si possa districare.

Neppure si possono considerare del tutti nuovi i tentativi di mettere a fuoco la centralità della questione agraria in Unione Sovietica. All’interno del mondo accademico, figure come Barrington Moore hanno sviluppato un’analisi su queste premesse qualche tempo fa.(1)  Ma l’attenzione negli anni ’70, quando apparve il libro di Moore, era ancora molto centrata sullo sviluppo industriale come essenza del capitalismo, e poiché Moore sembrava essere l’eco di una pallida versione delle teorie di Trotsky sulla rivoluzione permanente e lo sviluppo ineguale e combinato, il suo lavoro non ebbe alcun impatto nella discussione marxista. Adam Ulam,  ancor piú lontano dalle idee marxiste, scrisse nel periodo della guerra fredda che il reale contenuto del movimento marxista era la questione agraria (2);  iI suo obiettivo era quello di screditare iI marxismo (che egli considerava la stessa cosa dell’ideologia sovietica) mostrando che si trattava di un prodotto del sottosviluppo e non del capitalismo. Anche Gerschenkron, da un punto di vista storico piú ricco di Ulam, sembrava essere una specie di ombra di Trotsky.(3)

Indubbiamente, il piú importante fra i libri del ventesimo secolo che abbiano influenzato l’opinione dei marxisti sulla questione agraria nell’ambiente rivoluzinario anti-stalinista è stato la Nuova economia di Preobrazhensky; opera che, quantunque ricca di difetti, é essenziale per capire il destino dell’opposizione internazionale di sinistra.(4) Preobrazhensky, che attinge abbaondantemente il suo concetto di ‘accumulazione socialista’ nelle campagne da L‘accumulazione del capitale di Rosa Luxemburg, argomenta che ‘lo stato operaio’ puó realizzare coscientemente ed in maniera umana quello che lo stato capitalista ha storicamente realizzato irrazionalmente e sanguinosamente: la trasformazione dei piccoli produttori agricoli in lavoratori dell’industria (fu lasciato poi a Stalin di realizzare questa trasformazione coscientemente e sanguinosamente).

Ai margini di questa discussione, in cui Ia maggior parte della sinistra occidentale e stata coinvolta, abbiamo le idee e il carattere affascinante di Amadeo Bordiga. Con Gramsci, fra i piu’ importanti membri fondatori del PCdI (divenuto poi PCI), e sicuramente suo dirigente piu autorevole nella prima parte della storia di questo partito, Bordiga fu l’ultimo rivoluzionano occidentale che definì Stalin ‘becchino della rivoluzione’ (1926) potendo poi vivere continuando a sostenere questa tesi. Fu espulso dal PCI in 1930, portando via con sé diverse migliaia di ‘bordighisti’. Nel 1928 Ia ‘sinistra comunista italiana’ (come essi amavano definirsi) elesse Trotsky a ‘capo dell’opposizione internazionale di sinistra’, cui seguí un lungo scambio tra Bordiga e Trotsky, che finì abbastanza presto in un completo fallimento. Bordiga in ogni caso rimane uno del più originali, brillanti e completamente trascurati teorici marxisti del nostro secolo, (Ia sua ereditá non poteva ovviamente essere fatta propria dal PCI del dopoguerra che seguì la strada di Gramsci). Egli rimase in Italia durante Ia guerra (fu anche espulso e calunniato dal Komintern con i soliti metodi, completamente isolato da Mussolini, e seguì una sua carriera come ingegnere). Ma, in un certo senso è dopo la seconda guerra mondiale che il lavoro di Bordiga diventa molto interessante. Visse nell’oscuritá fino al 1970, e scrisse un paio di articoli sul movimento del ’68. La sua missione dopo la guerra fu, come egli la intendeva, quella di salvare le ‘lezioni teoriche’ dell’ondata rivoluzionaria del periodo 1917-1921. Bordiga sentiva, come quasi tutti i rivoluzionari anti-stalinisti nel 1945, che questo salvataggio richiedeva di fare i conti con ‘l’enigma russo’, il che lo portò a scrivere una lunga serie di articoli, riuniti poi in un grosso volume (tradotto in francese ma non in inglese), sulla rivoluzione russa e l’economia sovietica.(5) A questi vanno aggiunti altri tre volumi di una storia della ‘sinistra comunista italiana’ (un termine che definisce la sua corrente)(6) e molti altri articoli successivamente collocati assieme in svariati volumetti. Molti dei suoi scritti sono turgidi e illeggibili, ma vale la pena di studiarli. Quello che è inusuale e sorprendentemente nuovo nel punto di vista di Bordiga è molto semplicemente la sua teoria che ilcapitalismosignifichi la rivoluzione agraria.(7) Egli probabilmente sviluppó questa idea nel periodo precedente il 1914: alcuni del suoi primi articoli riguardavano le posizioni dei socialisti italiani e francesi sulla questione agraria. Non é sempre facile seguire la traiettoria di Bordiga; egli credeva nella ‘anonimitá rivoluzionaria’, aborriva il culto della personalitá e spesso non firmava  i suoi scritti.  I libri che raccolgono i suoi lavori non furono editi e pubblicati da lui ma dai suoi seguaci. Una valutazione di Bordiga della rivoluzione russa fu pubblicata sotto il titolo A margine del cinquantesimo anniversario dell’ottobredel 1917 nel 1967.(8)  E una trattazione del tutto estranea al dibattito Stalin-Trotsky cosi come si e svolto negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, in Francia e in Germania. (Per esempio Bordiga non usó mai il termine ‘capitalismo di stato’, e raramente citó il termine ‘Unione Sovietica’ perché i soviet erano stati distrutti molto tempo prima). Per lui, era semplicemente il capitalismo russo, non molto differente dagli altri capltalismi. Bordiga aveva un vigoroso desiderio di ‘derussificare’ le preoccupazioni del movimento rivoluzionarlo internazionale. Così,  affermó che il movimento operaio era già stato scosso nella storia da una controrivoluzione precedente (dopo il 1848 con Luigi Napoleone) e che non vi era nulla di speciale in Russia. Tuttavia, la sua preoccupazione per l’economla russa durata 25 anni smentisce iI suo sangue freddo. (Ancora piú interessante è il fatto che nel 1949 egli abbia predetto un lungo periodo di espansione capitalistica e di riformismo operaio, che doveva finire con Ia successiva crisi mondiale, che si è poi verificata nel 1975).

L’analisi della Russia di Bordiga (come é stata sviluppata dopo il 1945) è Ia seguente. Mentre la sua corrente appoggiava Trotsky totalmente nella disputa degli anni ’20, in larga parte dovuta alla politica estera del Komintern, l’analisi di Bordiga prese le distanze dalla strategia della superindustriallzzazione dell’opposizione di sinistra, per ragioni simili a quelle di Bucharin. Egli percepi dopo il 1945 che solo una strategia come quella di Bucharin avrebbe potuto preservare un carattere rivoluzionarlo e internazionalista al regime sovietico (che per Bordiga era un fattore piú importante dell’industrializzazione russa) perche’ non avrebbe distrutto il partito bolscevico. Bucharin nella disputa tra il 1924 e il 1928 sostenne che lo svlluppo della superindustrializzazione voluto dalla sinistra trotskysta avrebbe prodotto il piú elefantiaco stato burocratico che la storia avesse mai visto.(10) Quando Stalin fece suo il programma della sinistra e lo mise in pratica, ciò confermó completamente le previsioni di Bucharin, come Trotsky stesso riconobbe, contrariamente a quanto ci si potesse aspettare quando la maggioranza della sua corrente in Russia capitoló davanti a Stalin.(11) Bordiga prese ancor piú sul serio di Trotsky l’idea del carattere internazionale della rivoluzione e del regime sovietico; per lui l’idea del ‘socialismo in un paese solo’  era un’assurdità, gravissima per tutto il marxismo. Nel confronto finale con Stalin a Mosca nel 1926, Bordiga propose che tutti i partiti comunisti del mondo dirigessero collettivamente l’Unione Sovietica, come dimostrazione del carattere sovranazionale del movimento operaio.(12) Questa proposta, inutile dirlo, fu accolta molto freddamente da Stalin e dai suoi amici.

2.

Ma questo è solo l’inizio. Gli scritti di Bordiga sulla natura capitalista dell’economia sovietica, in contrasto con le cose scritte dai trotskysti, si concentrano per gran parte sul settore agrario. Egli cercó di mostrare come le relazioni sociali capitaliste esistevano nel kolkhoz e nel sovkhoz, il primo una sorta di cooperativa agricola e il secondo una fattoria statale con lavoratori salariati.(13) Bordiga sottolineó come molta della produzione agraria dipendesse dalla piccola proprietà agricola (egli scriveva questo nel 1950) e riusci a predire molto accuratamente i tassi a cui l’Unione Sovietica avrebbe cominciato ad importare grano, dopo esserne stata una grossa esportatrice dal 1880 al 1914.

Abbiamo gia visto come le ragioni che portarono Bordiga a sottovalutare il settore industriale ed ad enfatizzare l’agricoltura riguardino il periodo precedente Ia rivoluzione russa. Ancora una volta, per Bordiga il capitalismo era prima di tutto una rivoluzione agraria, la trasformazione capitalistica dell’agricoltura;  motivo che, tra gli altri, lo portava a valutazioni dei rivoluzionari anti-stalinisti diverse da Bucharin.  Bordiga introdusse una nuova distinzione tra Lenin e Trotsky. Molti di coloro che distinguono Lenin da Trotsky sono stalinisti o maoisti. Ma Bordiga rovescio completamente le carte degli stalinisti. Usando una formulazione di Lenin, defini la rlvoluzione russa una ‘doppia rivoluzione’,(14) in cui la presa del potere da parte del proletariato aveva reso possibile la realizzazione dei compiti della rivoluzione borghese, soprattutto la distruzione delle relazioni sociali precapitaliste in agricoltura. Il grande prototipo di quest’ultima rivoluzione era indubbiamente costituito dall’agosto 1789 in Francia. I trotskysti hanno sempre sostenuto che nelI’aprile 1917 «Lenin divenne un trotskysta» accettando la tesi della rivoluzione permanente. In realtà Lenin era d’accordo con Trotsky solo su delle sfumature, e questo divenne chiaro nelle sue formulazioni sulla natura del nuovo regime del 1920-1922, principalmente nel suoi importanti discorsi al congresso del partito del 1921, nella polemica contro Ia Prima Opposizione Operaia e la sua accusa che lo stato sovietico fosse ‘capitalismo di stato’. In risposta, Lenin disse che il capitalismo di stato sarebbe stato un gigantesco passo in avanti rispetto a ció che la Russia effettivamente era, vale a dire un capitalismo del piccoli produttori con un partito politico operaio che controllava lo stato.(15) Secondo Bordiga, l’espressione politica della classe operaia venne distrutta dallo stalinismo, quello che venne lasciato fu il capitalismo dei piccoli produttori. L’uso di Lenin del termine ‘stato operaio con deformazioni burocratiche’ all’inizio degli anni ’20 era molto diverso dall’uso che fece Trotsky dello stesso termine nel 1936. Non e’ possibile o necessario ricapitolare qui l’intera evoluzione di chi disse qualcosa su questa questione. Quello che si nasconde dietro questi differenti giudizi tattici sono due opposte concezioni del marxismo. Quello che è importante per Trotsky e i trotskysti è che il carattere permanente della rivoluzione fu congelato in date ‘forme di proprieta” e piú tardi si espresse nello sviluppo delle forze produttive.(16) Per Bordiga, lo sviluppo delle forze produttive era semplicemente la prova del carattere borghese del regime sovietico. Egli capovolge il ragionamento degli stalinisti affermando che il problema di Trotsky non era stato quello di sottovalutare i contadini, ma quello di sopravvalutare Ia possibilita che i contadini e la rivoluzione agraria dei piccoli produttori potessero avere qualcosa a che fare con Ia rivoluzione proletaria.(17)

Nella concezione di Bordiga, Stalin, e piú tardi Mao e Ho Chi-min sono stati ‘grandi rivoluzionari romantici’ nel senso del XIX secolo, cioé rivoluzionari borghesi. Egli percepi che i regimi stalinisti che vennero alla luce dopo il 1945 avevano soltanto il compito di estendere la rivoluzione borghese, cioé l’espropriazione degli Junker prussiani da parte dell’Armata Rossa, attraverso la loro politica agraria e lo sviluppo delle forze produttive. Contro le tesi ultrasinistre del gruppo francese ‘Socialisme ou Barbarie’ che denunció come capitalismo di stato il regime sovietico dopo il 1945, Bordiga replicó con l’articolo dal titolo ‘Avanti barbari!’ che definì l’aspetto rivoluzionarlo borghese dello stalinismo come il suo unico contenuto reale.(18) (Non é necessario essere d’accordo con Bordiga per riconoscere che questo era un punto di vista piú coerente della stupidità dell’anallsi trotskysta dopo il 1945, che considerava gli stalinisti dell’Europa delI’Est, in Cina o in Indocina come tremolanti ‘riformisti’ ansiosi di vendersi all’imperialismo).

II progresso dell’impianto teorico di Bordiga rispetto a quello di Trotsky è soprattutto la sua critica dell’assunto, contrabbandato all’interno del trotskysmo e di quelli che si spacciano per trotskysti, che Stalin e lo stalinismo rappresentino il “centro” tra la destra di Bucharin e la sinistra di Trotsky. E quantomai arduo immaginare come la vittoria della destra di Bucharin nel dibattito sull’industrializzazione avrebbe potuto danneggiare maggiormente il movimento internazionale dei lavoratori di quanto non abbia fatto il trionfo del “centro” di Stalin. Chiunque desideri tracciare una linea acritica della continuità marxista di Trotsky dopo il 1924 tacitamente accetta questa distinzione tra destra e sinistra e le sue conseguenze.

Trotsky scrisse nel 1936 «II socialismo ha dimostrato il suo diritto alla vittoria non nelle pagine del Capitale, ma con il linguaggio deIl’acciaio, del cemento e deIl’elettricità».(19) Estendendo la teoria della rivoluzione permanente dalla formazione dei Soviet (1905, 1917) alle forme di proprietà statale, allo sviluppo delle stesse forze produttive (la prova del carattere socialista deformato del regime è la sua abilità allo sviluppo dell’industria nella «era della decadenza dell’imperialismo»). Trotsky arrivó al culmine di ció che io chiamo il carattere «di rivoluzione borghese sostitutiva» del marxlsmo della Seconda e della Terza Internazionale.

I trotskysti del dopoguerra (per i quali naturalmente Trotsky non puó essere responsabile) considerarono l’industrializzazione dei regimi stalinisti durante il periodo in cui il Terzo Mondo non stava dando alcun segno di sviluppo come la prova definitiva del loro carattere socialista deformato. Contro questa posizione Bordiga sostenne che: «Il comunismo non si puó costruire». Il compito dello ‘sviluppo delle forze produttive’ non è un compito dei comunisti. Egli aggiunse anche: «E proprio vero che in Unione Sovietica si stanno gettando le basi per il socialismo»; per lui questa era esattamente la prova del carattere borghese di quella società.

Un esemplo importante di una corrente che ha rotto con la deviazione filostalinista del trotskysmo senza esaminare l’eredità della disputa tra le diverse correnti degli anni ’20, è stato quello del gruppo di Schactman e della sua analisi del ‘collettivismo burocratico’. Quantomeno la versione degli anni ’40, attribuisce allo stalinismo un dinamismo che gli avrebbe consentito di conquistare il mondo (20) che ne avrebbe fatto il sostituto del socialismo come epoca atta a soppiantare il capitalismo, cosa che recentemente la storia ha dimostrato essere falsa. Secondo la critica di Schactman l’intera enfasi è posta sulla questione della democrazia che per lui è essenziale. II socialismo è effettivamente concepito come un ‘collettivismo democratico’ così che la sua assenza, e la assenza degli aspetti formali del capitalismo stanno a significare un ‘collettivismo burocratico’. In altre parole, tutto il disaccordo di questa tendenza con lo stalinismo e il trotskysmo si risolve nel fatto che ció che avvenne in Russia tra il 1917 e il 1921 ebbe un carattere antidemocratico. Naturalmente, questo è molto importante, ma vedendola così si deve tacitamente accettare la ‘linea di continuita” attraverso Trotsky e il Lenin di Trotsky, ed ignorare l’intuizione di Bucharin e la sua predizione sul destino dello stato russo. In altre parole, tutta questa prospettiva (la tendenza di Schactman è molto lontana dalla critica marxiana dell’economia politica) si risolve attorno alla contrapposizione burocrazia/democrazia e quindi, come Trotsky, introduce di frodo una intera serie di ‘compiti’ della rivoluzione borghese, insinuatisi nel marxismo della Seconda e della Terza Internazionale. Tranne Bordiga, nessuno nella sinistra rivoluzionaria anti-stalinista ha mai menzionato il compito di «sviluppare le forze produttive» come una prova che l’Unione Sovietica non poteva essere affatto uno stato operaio; al contrario, per i trotskysti questa è la prova definitiva, all’interno dello schema nazionalizzazioni-pianificazione, che invece essa lo era.

Ma Bordiga aggiunse anche di piú. Ingegnere quale era, Bordiga manifestó una sorta di rigiditá teorica che fu tanto esasperante quanto efficace per permettergli di vedere le cose in modo differente. Egli essenzialmente riteneva che il ‘programma comunista’ fosse fissato una volta per tutte da Marx ed Engels nel 1847 nel Manifesto e confermato nell’anno seguente dalla nascita delle correnti comuniste nel movimento operaio francese e in quello internazionale. Bordiga era convinto che Marx ed Engels avessero elaborato una metodologia ‘invariante’, e che gli innovatori dovessero prima o poi tuttti finire con diventare abili filistei borghesi sulla strada del bernsteinismo o qualcosa di simile. Ma questo commovente insistere sul principi fissati nel 1848 lo portó a conclusioni stupefacenti riguardo alla dimensione complessiva della tradizione marxista che, ancora una volta, è stata completamente dimenticata. Bordiga credeva che tutte le cose importanti sulla questione russa fossero già state dette all’epoca della morte di Marx nel 1881 (21):  la corrispondenza di Marx con i populisti negli anni ’70, i due metri cubi di note sull’agricoltura russa che egli lasció alla sua morte (egli non fini II Capitale perchè nell’ultimo decennio della sua vita fu affascinato dalla questione agraria in Russia), le varie nuove prefazioni del Manifesto e gli altri scritti del periodo 1878-1883 nei quali Marx si interessó della Russia. (Marx aveva perfino nascosto la dimensione del suo lavoro ad Engels, il quale divenne furioso quando capì che il lavoro sulla questione russa era stata la vera causa del mancato completamento del Capitale)(22). La cosa importante per Bordiga era la scoperta che Marx aveva fatto della comune rurale russa, e l’opinione di questi, elaborata tra il 1878 e ii 1881, che sulle basi della comune russa si sarebbe potuto letteralmente saltare la fase capitalista dello sviluppo storico, persino in assenza di una rivoluzione in occidente, e che i contadini, prima della con versione capitalistica dell’agricoltura, potevano giocare un ruolo centrale in questo processo. Marx scrisse (nella famosa lettera a Vera Zasulich) che «Se la Russia seguira’ la strada intrapresa dopo il 1861 essa perderà la piú grande posslbilitá di saltare la fatale alternativa del regime capitalista che la storia ha mai offerto ad un popolo. Come tutte le altre nazioni essa saebbe stata sottomessa alle inesorabili leggi di quel sistema» (23).  Con la sua fine, Marx decise che la Russia aveva perso questa possibilità, e parló in questi termini con i populisti russi. Secondo Bordiga, la citazione precedente rappresentava l’eredità marxiana sulla ‘questione russa’, e ‘il processo sanguinoso dell’accumulazione capitalista’ una profezia portata a compimento da Stalin. L’intera parte della relazione di Marx con la Russia finì in polverosi archivi per 80 o 90 anni, sebbene sia stata ripresa negli ultimi anni da figure come Jacques Camatte e Theodor Shanin.(24)

E difficile dipingere un ritratto completo di Bordiga senza menzionare il suo atteggiamento nei confronti della democrazia. Egli fieramente si definì un ‘antidemocratico’ e pensava che anche Marx ed Engels lo fossero. (La sua relazione con la questione agraria comincia a farsi piú chiara). L’ostilitá di Bordiga nel confronti della democrazia non ha nulla a che fare con il banditismo staliniano. In realtà, egli considerava il fascismo e lo stalinismo come punti culminanti della democrazia borghese.(25) Per Bordiga democrazia significa soprattutto manipolazione della società come massa senza forma. A questa democrazia egli contrappose la dittatura del proletariato messa in atto dal partito comunista fondato nel 1847, basata sui principi e i programmi enunciati nel Manifesto. Egli spesso fa riferimento allo spirito dell’affermazione di Engels che «nell’epoca della rivoluzione tutte le forze della reazione si coalizzarano contro di noi sotto la bandiera della vera democrazia». (Come, invero, fecero tutte le fazioni opposte al bolscevichi nel 1921, dai monarchici agli anarchici, lanciando il motto «I soviet senza i boiscevichi”). Bordiga contrastó fermamente l’idea secondo la quale lo spirito rivoluzionario fosse il prodotto di un processo democratico di correnti pluraliste; alla luce della storia degli ultimi 70 anni, Ia sua prospettiva, quantunque non priva di problemi, ha il merito di sottolineare che il comunismo (come tutte le formazioni sociali) consiste soprattutto nel suo contenuto programmatico espresso attraverso diverse forme. Egli sottolinea che per Marx il comunismo non e un ideale da raggiungere ma un movimento reale nato dalla vecchia societá con una serie di obiettivi di programma.(26) Negli ambienti della nuova sinistra degli anni ’60, in cui la questione economica si presumeva fosse stata risolta dalla ‘affluent society’, il dibattito si svolgeva esclusivamente attorno alla contrapposizione tra burocrazia e democrazia e attorno alle forme di organizzazione,  portando ad un formalismo metodologico rivelatosi completamente privo di senso quando, dopo il 1973, la crisi economica mondiale avrebbe cambiato tutte le regole dello scontro.

In un contesto diverso, Bordiga tentó di identificare la classe capitalista in Russia, sostenendo che esisteva come classe in formazione negli interstizi dell’economia russa. Per lui il concetto di capitalismo di stato era un nonsenso perché lo stato poteva essere solo uno strumento per difendere e realizzare gil interessi di una classe; sostenere che lo stato fosse in grado di fare qualcosa come lo stabilire un modo di produzione era un abbandono del marxismo. Per Bordiga, I’Unione Sovietica era una società in transizione verso il capitalismo.(28)

Legata alla concezione di Bordiga del ruolo del partito comunista, la critica di questo formalismo ebbe conseguenze politiche. Bordlga si oppose risolutamente alla svolta a destra del Komintern del 1921; come segretario generale del PCI egli si rlfiutó di applicare la strategia del ‘fronte unico’ decisa dal terzo congresso. Egli rifiutó, in altre parole, di unire il nuovo PCI ‘bordighista’ con l’ala sinistra del PSI con Ia quale egli aveva appena rotto. Bordiga aveva una visione completamente diversa del partito da quella del Komintern, che era stata adattata al riflusso rivoluzionario nel 1921, attraverso iI trattato commerciale anglo-russo, Kronstadt, l’instaurazione della NEP, Ia messa al bando delle correnti e la sconfitta delI’azione di marzo in Germania. Per Bordiga, Ia strategia dei partiti comunisti dell’Europa occidentale per combattere il riflusso attraverso l’assorbimento dell’ala sinistra della socialdemocrazia con il ‘fronte unico’ era una completa capitolazione nei confronti della controrivoluzione. Questo era il nodo della critica alla democrazia. Perché proprio nel nome della ‘conquista delle masse’ iI Komintern sembrava pronto a qualsiasi concessione programmatica alla sinistra socialdemocratica. Secondo Bordiga, il programma era tutto, una scatola per raccogliere numeri non era niente. Il ruolo del partito in un periodo di riflusso era quello di preservare il programma e di continuare il lavoro di propaganda ed agitazione fino alla successiva fase di ripresa, e non di diluirlo per dare la caccia ad una effimera popolarità. Si puó pensare che questa concezione possa portare al mondo ristretto di una setta, cosa che indiscutibilmente i bordighisti divennero, tuttavia essa ha il merito di scoprire un’altra verità che l’ala trotskysta dell’opposizione internazionale di sinistra ed i suoi eredi hanno oscurato: iI fatto che i partiti di massa fuori dalla Russia assorbirono lo stalinismo alla metà degli anni ’20 trova le sue radici nella svolta del 1921. Non è assolutamente necessario accettare il punto di vista anti-democratico di Bordiga per rendersi conto di questo fatto: egli sbaglió completamente nel rifiutare il ruolo  dei soviet e dei consigli del lavoratori in Russia, Germania e Italia. Ma sulle conseguenze ‘sociologiche’ del fronte unico del 1921 sul futuro del partiti comunisti occidentali – Ia loro ‘bolscevizzazione’ dopo il 1924 – Bordiga fu nel giusto ed il Komlntern nel torto. Infatti, storicamente, la base sociale della maggior parte dello stalinismo post-1924 entró nei partiti comunisti occidentali attraverso la tattica del fronte unico del 1921.(29) Bordiga forni una via per comprendere la degenerazione del movimento comunista mondiale nel 1921 (piuttosto che nel 1927 con Ia sconfitta di Trotsky) senza sprofondarsi in semplici vuoti richiami ad una ‘maggior democrazia’. L’astratta diatriba formale tra burocrazia e democrazia, con la quale la corrente trotskysta tratta il periodo cruciale della storia del Komintern, si separó da ogni contenuto di programma. Bordiga per tutta la sua vita si definì un leninista e non polemizzó mai direttamente con Lenin, ma la sua valutazione completamente differente della congiuntura del 1921 e delle sue conseguenze per il Komintern, e la sua opposizione a Lenin e Trotsky a proposito del fronte unico getta una luce precisa sulla svolta, che viene generalmente ignorata dagli eredi dell’ala trotskysta dell’opposizione internazionale di sinistra degli anni ’20.

L’idea di Bordiga che il capitalismo consista nella rivoluzione agraria è forse la chiave della storia del ventesimo secolo, essa è certamente Ia chiave di quasi tutto ciòe la sinistra ha chiamato rivoluzionario del ventesimo secolo,  ed è pure la chiave per ripensare la storia del marxismo ed il suo coinvolgimento nell’ideologia dell’industrializzazione delle regioni arretrate dell’economia mondiale.

Bordiga non ha ovviamente fornito direttamente il mezzo della ‘derussificazione’ delle lenti attraverso le quali il movimento rivoluzionario internazionale vede il mondo,  ma lo sviluppo ulteriore della concezione della questione agraria lo puó consentire. Alla metá degli anni ’70 la ‘questione russa’ e le sue implicazioni erano i’inespicabile ‘paradigma’ della prospettiva politica della sinistra in Europa e negli Stati Uniti, e solo quindici anni dopo sembrano essere già storia antica. Questo era l’ambiente politico dove gli studi minuziosi deilo svolgimento, mese per mese, della rivoluzione russa e del Komintern dal 1917 al 1928 parvero Ia chiave di lettura di tutta la storia universale. Se qualcuno diceva di ritenere che la rivoluzione russa era stata sconfitta nel 1919, nel 1921, nel 1923, nel 1927, nel 1936 oppure nel 1953, si poteva sapere ciò che questi pensava su qualunque altra questione politica mondiale: la natura dell’Unione Sovietica, della Cina, la natura del partiti comunisti in tutti i paesi del mondo, la natura della socialdemocrazia, la natura del sindacati, del Fronte Unico, del Fronte Popolare, dei movimenti di liberazione nazionail, di estetica e di filosofia, la relazione tra partito e classe, l’importanza dei soviet e dei consigli del lavoratori, e chi avesse ragione tra Bucharin e la Luxemburg sull’imperialismo.

È sufficiente enumerare i maggiori eventi della storia mondiale dopo il 1975 per osservare come è cambiato profondamente il modo di vedere il mondo; dobbiamo solo evocare Ia realtà degli anni ’80 della Gran Bretagna della Thatcher, dell’America di Reagan, della Francia di Mitterand, della Russia di Gorbaciov, della Cina di Deng, cioé della crescente ondata neoliberista (nel senso del termine di von Hayek e von Mises) che ha sommerso lo statalismo della socialdemocrazia, dello stalinismo, del keynesismo e del bonapartismo del Terzo Mondo. Una completa conoscenza della rivoluzione russa dal 1917 al 1928 e della ‘visione del mondo’ da essa derivata, non ci puó aiutare molto a capire la Cina dopo la sua evoluzione del 1976, la Russia sotto Gorbaciov, la crescita del paesi di nuova industrializazione, la guerra tra Cina, Vietnam e Cambogia, ii crollo dei partiti comunisti dell’Europa occidentale, la totale emarginazione del Partito Laburista inglese, del Partito Democratico americano e della SPD tedesca da parte della destra, i’evoluzione verso il neo-liberismo di Mitterand, la comparsa di importanti correnti ‘anti-stataliste’ anche in regimi mercantilisti come il Messico e l’India. Si puó anche aggiungere a questa lista il movimento operaio in Polonia con una forte dose di nazionalismo clericale e il revival del fondamentalismo islamico, nel giudaismo e nel cristianesimo, la deindustrializzazione, i’alta tecnologia e la formazione di nuovi strati borghesi. Nessuno di questi eventi discredita il marxismo, ma tutti essi discreditano la universale tendenza della sinistra occidentale degli anni ’70 a vedere la realtà attraverso le lenti ereditate dalla rivoluzione russa e dal suo destino.

Il megilo delia fase eroica della socialdemocrazia tedesca e del bolscevismo russo non è stato sufficiente a servire da guida per questa nuova realtà, sebbene, alla luce dei fatti, una ‘terza via’ conseguente non aveva mai avuto iliusioni sulle formazioni politiche stataliste che hanno cominciato a crollare dalla metà degli anni ’70 in avanti. Questa ‘terza via’, accettando L’imperialismo di Lenin in connessione con altre analisi del primi tre congressi del Komintern, ha condiviso
con lo stalinismo le ipotesi sotterranee di una incapacità del mercato mondiale capitalista di industrializzare una qualsiasi parte del Terzo Mondo, venendo quindi ugualmente gettata nella confusione dalla nascita del paesi di nuova industrializzazione. (30)  Ma c’è una confusione ad un livello piú profondo, quella che colpisce al cuore l’identitá rivoluzionaria derivata dalla II e dalia III Internazionale. Se noi guardiamo la mappa dei partiti comunisti di massa o dei regimi esistenti in Europa tra il 1920 e il 1975, essa coincide quasi esattamente con la mappa degli stati dispotici illuminati tra il 1648 e il 1789. Vale a dire: Francia, Germania, Russia, Spagna, Portogallo, Svezia (dove era il piú importante partito comunista scandinavo, il solo che sopravvisse alla seconda guerra mondiale senza diventare una setta). Partiti comunisti di massa sono assenti in Gran Bretagna, Stati Uniti, Olanda, Svizzera (e nel paesi colonizzati di lingua inglese come I’Australia, Ia Nuova Zelanda e ii Canada). L’unica evidente eccezione è il PCI. Ma l’Italia produsse i prototipi degli stati assolutisti illuminati con le sue importanti cittá stato mercantili locali, e le basi regionali del PCI sembrano correlarsi con le differenti esperienze regionali durante la fase storica dell’ancien regime. Infine, il PCI è stato il piú socialdemocratico dei grandi partiti comunisti occidentali dopo il 1956; questa naturalmente è l’unica ragione per la quale esso è riuscito a sopravvivere.
La connessione tra la presenza di uno stato dispotico iliuminato nel 1648 e quella dei partiti comunisti di massa o degli stati stalinisti nel 1945 è la questione agraria. Questi stati, con la Francia come prototipo, furono creati per accelerare l’introduzione del capitalismo nell’agricoltura. Coscientemente o meno, essi si comportarono con i loro contadini nello stesso modo dello stato sovietico con i contadini russi dal 1928 in avanti, e dei regimi capitalisti liberali nel XIX secolo. Gli stati assolutisti illuminati colpirono i contadini attraverso le tasse per avere una fonte di accumulazione. Questi metodi erano una risposta al successo delle società civile già apparse nei paesi ‘calvinisti’, che si basavano sulla prima trasformazione capitalistica dell’agricoltura, soprattutto e prima di tutto in Inghilterra. Il capitalismo è prima di tutto una rivoluzione agraria. Prima che sia possibile avere industric e cittá e proletariato urbano è necessario rivoluzionare la produttività agricola per ottenere un surplus che consenta di liberare la forza lavoro dalla terra. Quello che non fu completato nel 1648 (la fine della Guerra del Trent’anni e quindi la fine delle guerre di religione), dovette essere fatto dallo statalismo  con  un’azione  dalI’alto.  Questo  creó  la  tradizione  mercantile continentale che, dopo Ia rivoluzione francese, continuó nel ventesimo secolo come mercantilismo piú maturo. Questo caratterizzó il Secondo Impero di Luigi Napoleone (1852-1870) e soprattutto Ia Prussia di Bismarck e la Germania dominata dalla Prussia.(32) Quest’ultima in particolare fu copiata da tutti I paesi di recente sviluppo in tutto il mondo dopo l’unificazione della Germania nel 1870, iniziando dalla Russia.
Qui il quadro elaborato da Barrington Moore va al cuore del problema: il decennio del 1860 è stato una congiuntura fondamentale. Infatti si ebbero i seguenti avvenimenti: la guerra civile americana, l’unificazione della Germania, l’unificazione dell’Italia, l’emancipazione dei servi della gleba in Russia, e la restaurazione Meiji in Giappone. Si potrebbero aggiungere lo sviluppo industriale del Secondo Impero in Francia e la creazione della Terza Repubblica, ma sarebbe superfluo. Sembra che se una nazione non sia riuscita a riorganizzarsi internamente nel 1870 essa non abbia poi avuto alcuna possibilità di entrare nel ristretto cerchio delle nazioni industrializzate nel 1914. Dei cinque paesi menzionati (a parte ancora una volta la Francia) quattro ebbero nel 1933 degli stati totalitari o autoritari. Tra i paesi piú grandi solo quelli che parteciparono significativamente alla prima economia capitalista nord atlantica (Gran Bretagna, Stati Uniti e Francia) riuscirono ad evitare la soluzione autoritaria degli anni ’30, e solo gli Stati Uniti tra questi cinque furono riorganizzati negli anni ’60 del secolo scorso. (Questo è un importante  indizio che dimostra la centralità delI’esperienza storica pre-industriale). Perché negli anni ’60 del secolo scorso ci fu un evidente punto di svolta? La risposta sembra essere: la depressione mondiale del 1873 ed in particolare la depressione agricoIa.(33) Quando gli Stati Uniti, il Canada, l’Argentina, l’Australia e la Russia entrarono nel mercato mondiale del grano come i piú grandi esportatori, si ricreó essenzialmente la contrapposizione del 1648: gli stati continentali reagirono alla depressione agricola dei 1873-1896 muovendosi tutti verso il protezionismo per preservare le loro agricolture nazionali. Il caso piú importante fu l’alleanza ‘Ferro e Segale’ realizzata in Germania tra gli industriali e gli Junker nel 1879, che completó la sottomissione dei capitalismo e del liberalismo tedesco allo stato prussiano dominato dagli Junker. Ma scenari simili furono messi in atto in Francia, nella penisola iberica, in Italia, nell’impero austro-ungarico. L’emergere sul mercato mondiale agricolo degli Stati Uniti, del Canada, dell’Argentina e dell’Australia dcterminó una linea di tendenza dello sviluppo del cuore dcl capitalismo avanzato per oltre un secolo. Nel 1890 costava meno spedire il grano da Buenos Aires a Barcellona che non trasportarlo via terra per 100 miglia in Europa. I settori agricoli degil stati continentali persero qualsiasi rilevanza internazionale. L’impatto di questo stato di cose sullo sviluppo del movimento del lavoratori non ha finora ricevuto l’attenzione che meritava.

La tradizione rivoluzionaria socialista e comunista è cresciuta essenzialmente all’intcrno dell”esplosione del Tcrzo Stato dopo la rivoluzione francese: in Babeuf, negli Arrabbiati e negli altri elementi radicali che si collocavano alla sinistra del Giacobini; soprattutto nella rivoluzione del 1848 in Francia e nel resto dell’Europa (inclusi i Cartisti che ebbero il loro apice in Inghilterra nel 1848). La storia sembra convincente: la linea dal 1793-1794 al 1917-1921 passó dalla Francia alla Germania e alla Russia nelle rivoluzioni francesi del 1830, 1848 e con la Comune; ncII’ascesa dell’SPD del 1914; nel 1905 e nel 1917 della Russia; culminando nelle fallite insurrezioni rivoluzionarie del 1917-1921 in Germania, Italia, Inghilterra e Spagna e negli scioperi insurrezionali di quasi tutte le altre parti del mondo. Quest’ultima fase è l’apice del ‘movimento operaio classico’. CLR James ha parlato di una necessità di superare il momento storico del crollo del fronte russo-tedesco nel 1917-1918; vale a dire che nel fallimento della rivoluzione tedesca e nella sconfitta dell’ondata rivoluzionaria mondiale, la rivoluzione mondiale ha avuto il suo momento migliore. Questa posizione è interna allo schema dell’ortodossia di
Lenin e di Trotsky, che prevede che se la rivoluzione in Germania avesse tolto la Russia dal suo isolamento,  il  ventesimo secolo avrebbe preso un corso completamente diverso. Questa visione della storia e un utile ‘stratagemma euristico’ per evitare tutte le trappole della socialdemocrazia, dello stalinismo, del maoismo e del terzomondismo. Per vivere all’intcrno di questa tradizione, sia come trotskysta, come sostenitore dello “terzo campo” come ultrasinistro, si deve misurare la storia dal punto di vista dei soviet tedeschi e russi del 1917-1921. Questo non è affatto un brutto banco di prova per un giudizio storico; esso è certamente superiore al welfare state keynesiano, al successo del primo piano quinquennaio staliniano, oppure alle comuni agricole ad alta intensità di lavoro in Cina in quanto possibilità di una società socialista. Ma porta ad un impasse. Porta a vedere la storia come se andasse riproposta una sorta di ‘strategia dci Komintern dcl 1920’, riprendendo in mano la situazione lá dove le rivoluzioni dell’Europa centrale e orientale contro gli Hohenzollern, gli Asburgo e i Romanov l’avcvano lasciata. Tuttavia, un baratro storico separa quelle rivoluzioni, e ii loro carattere duplice, dalla situazione attuale.(34) La natura doppia della rivoluzione di ottobre sta nel fatto che una rivoluzione che rcalizzó gli obiettivi delle rivoluzioni borghcsi era sotto la leadership della classe operaia, dopo di che il contenuto politico proletario fu completamente distrutto dalla controrivoluzione stalinista. Tracciare acriticamente una linca di continuità attraverso Lenin e Trotsky, come i piú corretti continuatori di Marx nella prima parte del secolo ventesimo, considerare la rivoluzione russa come la pietra angolare del ventesimo secolo («ii punto di svolta della storia dove la storia ha sbagliato direzione», come qualcuno ha detto) significa sviluppare una visione complessiva della storia, prima e dopo il 1917. Significa soprattutto accettare la mitologia che la socialdemocrazia tedesca fosse un partito rivoluzionarlo prima che, nel 1890, oppure nel 1898 o nel 1914, divenisse preda del revisionismo. Se c’è un solo mito al fondo della prospettiva della «parte migliore della socialdemocrazia tedesca e dcl bolscevismo russo», che oggi è diventato particolarmente problematico, questo è quello, tinto di rosa, degli inizi della SPD. E attraverso questa visione che la sinistra internazionale è stata colonizzata dalle lenti dell’Aufklaerung che ebbero origine negli apparati degli stati dispotici illuminati.

È possibile osservare questo impasse a diversi livelli. Cominciamo con il materialismo volgare non marxista, che era il pane quotidiano dcl movimento operaio classico, originariamente incentrato attorno alla SPD, e piú tardi al partito bolscevico, e alle III. (e IV) Internazionale.

Come molti si chiedono dopo la scoperta dei Manoscritti del 1844 e del Grundrisse, delle ‘impronte’ di Hegel nel Capitale, delle “Tesi su Feuerbach”, di Lukacs, Korsch, ecc.: come ha potuto il movimento operalo classico essere assorbito dal ‘marxismo volgare’? Perche iI materialismo pre-kantiano (cioé il materialismo che, diversamente da quello di Marx, non é passato attraverso il dialogo con i’idealismo tedesco e con Feuerbach) assomiglia così tanto al materialismo del diciottesimo secolo e all’Illuminismo anglo-francese, cioè all’ideologia della borghcsia rivoluzionaria? Come si può arrivare alla spiegazione dell’egemonia storica del marxismo volgare, dato che il marxismo rigetta il giudizio psicologico-moralista che «essi hanno delle idee sbagliate»? La risposta non sembra cosi complicata: se il materialismo del movimento operaio storico è centrato sulla SPD dal 1860 al 1914, e poi sulla rivoluzione russa, è epistemologicamente poco diverso dal materialismo rivoluzionarlo di carattere borghese, quindi il movimento operaio storico dcIl’Europa centrale ed orientalc non è altro che l’allargamento della rivoluzione borghese. Se ci mettiamo nella posizione degli ammiratori della prima eroica SPD, è difficile trovare un’altra spiegazione sensata. Questo, dopo tutto, non è molto lontano dalla teoria di Trotsky dello sviluppo combinato ed ineguale: dove la borghcsia è debole ed incapace di uscire dall’ancien regime, il compito tocca alla classe operaia. (L’crrore di Trotsky fu di credere che la classe operaia stesse facendo la rivoluzione socialista). Questo marxismo volgare fornì la ‘visione del mondo’ cspressa nel pamphlet popolari dcll’ultimo Engels e degli scritti di Bebel, Kautsky, Wilhelm Liebkneckt, dcl Bernstein pre-revisionista e di Plekhanov – le eminenze grigie della Seconda Internazionale che educarono Lenin e i bolscevichi. Non va dimenticato chc Lenin non abbandonó la prospettiva di Kautsky e della SPD prima dcl 1910-1912, e che nel 1914 non credette ai giornali che riportavano la notizia che la SPD aveva votato per i crediti di guerra. Egli era molto vicino a queste autorità. Scrisse L ‘imperialismo appunto per spiegare il collasso della SPD; Trotsky piú tardi disse che era l’assenza di leadership rivoluzionaria’ a spiegare la sconfitta in Europa occidentale dopo la guerra. Il ritratto, dovuto a Raya Dunayevskaya, di un Lenin che si precipita in una biblioteca di Zurigo nel settembre dcl 1914 per leggere la Logica di Hegel per poter capire la debacle della SPD, puó essere o no un apocrifo,(35) non di meno l’ultimo Lenin non ha alcun impatto sul marxismo ufficiale dopo il 1917, compresa la Quarta Internazionale. Le visioni filosofiche di Lukacs e di Korsch furono estromesse dal Komintern nel 1923. Negli ambienti intellettuali della sinistra statunitense dalla metá degli anni ’60 (prima della valanga di traduzioni dal francese, dal tedesco e dalI’italiano dopo ii ’68) forse il libro piú sofisticato in lingua inglese utilizzabile sulla questione del retroterra filosofico del marxismo era quello di Sidney Hook intitolato Towards an Understandingof Karl Marx. Questo non era affatto un difetto; piuttosto rifletteva il fatto che l’impatto della scoperta dei primi scritti di Marx, e la reale dimensione dcl suo debito verso Hegel nella critica al materiallsmo volgare nelle “Tesi su Feuerbach”, e di opere come I Grundisse andó oltre i piccoli circoli di specialisti solo dopo gli anni ’50 e ’60. Ma ci deve essere una ragione storica per questo; non è solo la questione di cosa, dove e quando furono pubblicati (I Grundisse per esemplo furono pubblicati per la prima volta in sole 200 copie in tedesco a Mosca nel 1941).

La chiave di questo anacronismo ideologico nella storia del marxismo e della classe operaia chiaramente non si puó trovare, come abbiamo detto prima, sentenziando che «essi avevano idee sbagliate». La risposta va ricercata a livelli piú profondi della storia dell’accumulazione e delle sue influenze sulla lotta di classe a livello internazionale. Ancora una volta la tradizione bordighista ha portato alla luce prospettive che erano completamente marginali nel dibattito generale degli anni ’60 e ’70, prospettive che io ritengo legate alla questione agraria, alla pcriodizzazione dcll’accumulazione capitalista, al ruolo storico della socialdemocrazia e del bolscevismo, e al legame storico tra l’assolutismo illuminato dei diciassettesimo secolo e i partiti comunisti di massa del ventesimo secolo.

La piú importante prospettiva sviluppata per chiarire queste questioni è stata quclla dei ‘neo-bordighisti’, correnti francesi non dogmatiche influenzate da Bordiga; la migliore di queste cercó di sintetizzare Bordiga, che aveva dimenticato il significato storico dei soviet, dei consigli operai e della democrazia operaia e che collocava ogni cosa dentro il partito, con l’ultrasinistra tedesca ed olandese che aveva glorificato i consigli operai e che indicava con il termine di ‘Leninismo’ tutto quello che di sbagliato era avvcnuto dopo il 1917.

Tutte queste correnti francesi considerano come elemento centrale un testo di Marx che, nel lungo periodo, potrebbe risultare piú importante di tutti gli altri materiali che vennero alla luce negli anni ’50 e ’60: il cosiddetto Capiuolo Sesto Inedito del I libro dcl Capitale. Non si conosce la ragione per la quale Marx lo abbia rimosso dalla versione originale dcl I volume. Ma esso è una ‘fenomenologia dello spirito’ materialista. Dieci pagine sono sufficienti per refutare la proposizione althusseriana per la quale nel suo ultimo periodo Marx avrebbe dimenticato Hegel. Ma la questione delia continuità con il metodo di Hegel è la cosa meno importante; le categorie fondamentali elaborate nel testo sono la distinzione tra il plusvalore assoluto e quello relativo e la distinzione tra quelle che Marx chiama la fase estensiva ed intensiva dell’accumulazione, corrispondenti alla sussunzione formale e reale del lavoro al capitale. Queste categorie sono introdotte in modo molto teorico; Marx non tentó di applicarle alla storia in generale. Ma l’ultrasinistra francese ha cominciato a periodicizzare la storia con queste distinzioni. Le fasi estensive ed intensive della storia del capitalismo non sono solo dei marxisti; esse sono state usate anche dagli storici dcll’economia borghese come elementi descrittivi. Una di queste correnti riassume questa distinzione nella sua essenza come «la fase che svuota il lavoratore per lasciare solo il proletario».(37) In questa frase c’è la condanna di tutta la nuova scuola storica del processo lavorativo di Gutman. La transizione all’accumulazione intensiva è presentata nel Capitolo Sesto Inedito come «la riduzione del lavoro alla forma capitalistica piú generale del lavoro astratto», la definizione concisa del processo lavorativo di produzione di massa dcl ventesimo secolo nel mondo capitalistico avanzato. La nuova storia del processo lavorativo è in realta un lungo canto di nostalgia della fase della sussunzione formale del lavoro sotto il capitale.

Il Capitolo Sesto Inedito ha fatto luce anche sulla rinascita hegeliana nel marxismo, e sul fatto che un serio interesse per le radici hegeliane di Marx apparve per la prima volta in Germania negli anni ’20 (Lukacs, Korsch e la scuola di Francoforte) e fu ripreso in Francia solo negli anni ’50. Infatti il marxismo volgare era diventato solo una ideologia alla moda in Francia – tra l’intelligentia – negli anni ’30 e ’40, cioè durante il Fronte Popolare e la Resistenza. Come spiegare questa differenza di trent’anni tra la Francia e la Germania? La risposta ovvia è la grande superiorità nello sviluppo industriale della Germania degli anni ’20, al cul livello la Francia giunse solo negli anni ’50. Sembrano esserci alcune connessioni tra il marxismo hegelianizzato e le condizioni di quella che definiamo accumulazione intensiva e sussunzione reale. E pure curioso il fatto che in Italia esisteva una cultura marxista ‘germanizzata’ molto prima che in Francia. Questo deve essere posto in relazione in qualche modo alla condizione dell’Italia di ultima arrivata, in contrasto con la partecipazione della Francia alla prima economia capitalista nord-atlantica e alI’ondata rivoluzionaria borghese dcl 1770-1815. La tradizione Giacobina in Francia, espressa attraverso ii razionalismo associato a Comte, Saint-Simon e Guesde, l’idealismo kantiano di Jaurès o il razionalismo della tradizione anarchica (con il suo credo nella scienza anti-clericale) e infine il ‘positivismo laico e repubblicano’ della Terza Repubblica, rimase inferiore al livello del pensiero tedesco post-kantiano. L’Italia è stata ‘germanizzata’ negli anni ’90 del secolo scorso; la Francia solo negli anni ’30 e ’40.

La tradizione leninista e trotskysta divide la storia del capitalismo in due fasi, separate dalla Prima Guerra Mondiale, che inaugura l’epoca della decadenza imperialista. Le fonti teoriche di questa posizione – resa popolare per lungo tempo dall’Imperialismodi Lenin – provengono dall’analisi del capitalismo monopolistico prima della Prima Guerra Mondiale: Hobson, Hilferding e Lenin. Il capitalismo, nei giorni migliori della II Internazionale, appariva diverso dal sistema descritto da Marx. (È importante ricordare che il secondo e il terzo volume del Capitalefurono editi solo negli anni ’80 e ’90 del secolo scorso; e la relazione della maggior parte dei militanti socialisti con l’economia marxista fa riferimento unicamente al primo volume e piú realisticamente ai pamphlet popolari come Salario, prezzo e profitto).

Il capitalismo sembrava muoversi da una fase concorrenziale o del ‘laissez-faire’ ad una fase di monopolio, imperialismo, cartelli, intervento dello Stato, capitale finanziario, conquiste coloniali, corsa agli armamenti; tutti elementi definiti da Hilferding come ‘capitalismo organizzato’ nel 1910 circa. La Prima Guerra Mondiale segnó un punto di svolta. La rivoluzione russa dimostró che, secondo una frase di Lenin, «la rivoluzione proletaria si nasconde dietro ogni sciopero” ed il periodo 1917-1921 sembrava molto vicino a confermarlo. Dopo una effimera stabilizzazione, arrivó il 1929, la depressione mondiale, ii fascismo, lo stalinismo e la Seconda Guerra Mondiale, seguita a sua volta da incessanti guerre di liberazione nazionali. Chi nel 1950 poteva negare che questa fosse ‘l’epoca delia decadenza dell’impcrialismo’? Questi fenomeni reali cementarono una visione del mondo che fu codificata nei primi anni del Komintern: la continuitá con il marxismo volgare kautskiano del periodo pre-1914, la caratterizzazione di capitalismomonopolisticoper la nostra epoca, molto abilmente cspressa dalle teorie di Bucharin e Trotsky sulla rivoluzione permanente e sullo sviluppo combinato ed ineguale, e la definizione di questa epoca data dal Congresso dci Komintern come quella della ‘decadenza imperialistica’.

Questa, almeno, fu l’espressione condensata di quella eredità, ripresa nei migliori tentativi della fine degli anni ’60 e dell’inizio degli anni ’70 come ricongiunzione con il potenziale rivoluzionarlo del corridoio tedesco-polacco-russo del 1905 e del 1917-1921. Questa periodizzazione della storia moderna ci consente di vedere il mondo dal punto di vista della ‘Mosca del 1920’ e questo ancora una volta rende la comprensione della storia della rivoluzione russa e del Komintern dal 1917 al 1928 cosi centrale e cosi piena di implicazioni. In questa storia sta la pietra fliosofale sia dei trotskysti che di Schactman che dell’ultrasinistra. Questo era pure il punto di vista di quelli che alla metà degli anni ’70 non nutrivano più alcuna illusione riguardo alla socialdemocrazia, allo stalinismo e al bonapartismo del Terzo Mondo, cioè di quelli che vi si opponevano dal punto di vista della democrazia dei ]avoratori rivoluzionari dei soviet e dei consigli operai. Ad un certo livello questo sembró una spiegazione assolutamente coerente del mondo alla metà degli anni ’70. La piú alta espressione del movimento rivoluzionario dei lavoratori non aveva avuto luogo in Germania e in Russia? Da allora non era stato tutto un disastro e un incubo burocratico? Bordiga anticipó questo atteggiamiento quando scrisse, ancora negli anni ’50, che «solo perché l’evoluzione sociale in una zona (che egli individuava nell’Europa e gli Stati Uniti) è passata da una fase alla successiva questo non significa che ció che è successo al resto del pianeta non è di alcun interesse sociale». Secondo quei punto di vista (condiviso in quel periodo anche da chi scrive) ció che stava succedendo nel resto del mondo era precisamente di nessun interesse sociale. Si potrebbero proporre seriamente ai lavoratori europei o americani come modeilo la Cina, la Corea dcl Nord o l’Albania o i movimenti di liberazione nazionali con i loro stati? Certamente no. Peró questo punto di vista, pur essendo corretto, non era dcl tutto adeguato.

8. PERCHÉ NO?

Perché esso tendeva ad ignorare due realtá giá in pieno sviluppo alla metá degli anni ’70: ii doppio movimento di industrializzazione dci Terzo Mondo e il sviluppo tecnologico intensivo (‘high-tcch’) dei settori avanzati che avrebbe fatto andare in pezzi il movimento operaio occidentale su cui si basava l’intcra prospettiva iniziale. Nel  1970, ad bel mezzo dcll’euforia stailnista, maoista e tcrzo-mondista per le rivoluzioni burocratico-agrarie,  era corretto e rivoluzionario guardare alla classe operaia occidentale come all’unica classe in grado di porre fine alla società divisa in classi. Era necessario allora abbandonare quella robaccia terzomondista, come oggi à necessario rigettare i suoi resti (per altro molto limitati). Ma quello che è cambiato da allora è il fatto che la deindustrializzazione all’Ovcst e l’industrializzazione nel Terzo Mondo (due facce della stessa medaglia) hanno creato veri movimenti di lavoratori nel Terzo Mondo, di cui il piú importante esempio è qucllo della Corea dcl Sud. Alla metá degli anni ’70 il mondo sembrava molto simile a quello della descrizione ricavabile dalla iniziale, eroica visione del Komintern che abbiamo prima riportato. Le nazioni che erano il cuore dcl mondo industriale ad 1914 (Europa occidentale, Stati Uniti e Giappone) lo erano ancora negli anni ’70. Nei termini della analisi precedente, se una nazione non era riuscita a ‘riorganizzarsi internamente’ intorno agli anni ’60 del secolo scorso,  non sarebbe potuta entrare nel club delle nazioni industrializzate nel 1914 e neppure attorno al 1975. Inoltre, la percentuale dei lavoratori impiegati ad settore manifatturiero nelle nazioni industrialmente avanzate, che raggiunse un massimo di circa il 45% in Germania e in Inghilterra tra il 1900 e il 1914, ad primi anni ’70 era ancora viciina a questo valore per l’area di capitalismo avanzato ad suo insieme. Che cosa era cambiato nel frattempo? Il mondo capitalista avanzato era passato da una suddivisione (molto approssimativa) della forza lavoro di 45% nell’industria, 45% ncll’agricoltura e 10% tra i colletti bianchi dei servizi, ad una ripartizione di 45% ncll’industria, 5-10% nell’agricoltura e 40-45 % nei servizi (per non citare Ia creazione di un vasto settore militare che si è apertamente sviluppato solo dopo la metá dcl secolo).

Che cosa indica questo? Indica che la storia dello sviluppo capitalistico e la seguente. Nella fase 1815-1914 del capitalismo classico e concorrenziale, il sistema trasformó per prima cosa i contadini in operai, almeno in Inghiltcrra, Stati Uniti,  Francia e Germania. Nel periodo successivo al 1914 (In realtá iniziando circa nel 1890) la nuova fase di capltalismo  organizzato’, ‘capitalismo  monopolistico’, l’epoca della decadenza imperialstica’ continuó ad esaurire Ia popolazione della campagne del mondo occidentale (e dell’America Latina,  del Caraibi, dell’Europa meridionale e dell’Africa), ma per compietare cosa? Invece di continuare ad espandere la forza lavoro industriale, esso usó il gigantesco aumento della produttivitá di un numero di forze lavoro relativamente costante per sostenere una crescita continua del settore dei servizi (e della produzione di armi). Ma per ritornare al tema di base, i partiti communisti ortodossi cominciarono ad essere erosi e sostituiti da partiti di tipo socialdemocratico integrati proprio quando la popolazione agraria dei paesi in questione venne ridotta ad una percentuale trascurabile (5-10%) della forza lavoro. Questo è quello che è accaduto, ad esempio, in Francia e in Spagna negli ultimi 15 anni. Questo è quello che non e avvenuto in Portogallo proprio perché nella piccola produzione agrlcola portoghese e rimasta una percentuale importante della forza lavoro totale. Questo è stato il fondamento della trasformazione dcl PCI. Questo è quello che è avvenuto tempo fa nel Nord Europa e negli Stati Uniti. Infine, si tratta di qualcosa che è in stretto parallelo coi problemi incontrati nell’Europa dell’Est e in Unione Sovietica, quando la fase estensiva dell’accumulazione fu compietata e si passó alla fase intensiva a cui l’Occidentc arrivo attraverso il periodo di crisi del  1914-1945. In breve, dall’assolutismo illuminato del XVII secolo ai partiti comunisti del XX secolo, la problematica è stata quella della fase intensiva dell’accumulazione e della trasformazione dei contadini in operai. L’ultima implicazione di questo è che una societa e pienamente capitalista solo quando una piccola percentuale della forza lavoro è impiegata in agricoltura, cioé una societá è pienamente capitalista solo quando è passata dalla fase estensiva alla fase intensiva dell’accumulazione. Questo significa in breve che nel 1900 né l’Europa ne gli Stati Uniti erano paesi cosi capitalisti come il movimento socialista pensava che fossero, e che il movimento operaio classico, nella sua principale corrente, era anziitutto un movimentoper spingere il capitalismo verso lasua fase intensiva. Per riassumere: l’avvento del capitalismo é da intendersi prima di tutto come la rivoluzione agraria.

La questione agraria ha avuto diversi significati nella storia della sinistra Internazionale. Essa è sorta in connessione con le rivoluzioni dei contadini che accompagnarono le rivoluzioni francese e russa; con la capltalistizzazione dell’agricoltura nel sud degli Stati Uniti attraverso la Guerra Civile; con la depressione agraria del 1873; con lo svuotamcnto delle campagne europee dopo la Seconda Guerra Mondiale. Certo, si tratta di fenomeni in realtà distinti, che non possono essere ammucchiati insieme allegramente. Ma concentriamo l’attenzione sull’accumulazione intenslva legata alla riduzione della forza lavoro agricola ad un 5-10% della popolazlone, considerando la definizione di una socetá pienamente capitalista. Un’agricoltura capitalista è una agricoltura meccanizzata secondo il modello americano. In questo senso ‘la questione agraria’ non fu risolta in Francia nel 1789, ma solo tra il 1945 e il 1973. La connessione tra l’agricoltura e l’accumulazione intensiva nell’industria sta nella riduzione dcl costo del cibo come percentuale del consumo dei lavoratori,  riduzione che crea un potere di acquisto per i beni di consumo durevoli (come l’automobilc) che possono in questo modo diventare I’elcmento centrale della produzione di massa del ventesimo secolo.

Riassumiamo,  e quindi torniamo ancora una volta a Bordiga e ai neo-bordighisti. Il marxismo volgare è stato un’ideologia degli intellettuali dell’Europa centrale e orientale unitisi al movimento operaio per una battaglia per il completamento della rivoluzione borghese (il marxismo della II e III Internazionale). Il suo parallelo con il materialismo borghese pre-kantiano e precedente al 1789 non è il risultato di un ‘errore’ («essi hanno le idee sbagliate») ma una precisa espressione dcl contenuto reale del movimento che lo sviluppó. Questo contenuto in definitiva ha senso all’interno dello schema di una periodizzazione della storia del capitalismo che è il complemento della ‘epoca di decadenza imperialistica’ di Lenin e Trotsky con i concetti di accumulazione estensiva (dominio formale) ed intensiva (reale). Tutta la teoria del ‘capitalismo organizzato’ e del ‘capitalismo monopolistico’ della II.  Internazionale di Lenin ed Hilferding è quindi un occultamento della transizione dalla fase estensiva a quella intensiva dell’accumulazione. La prospettiva dcl ‘marxismo ufficiale’ è quindi la prospettiva di una nascente elite statale, fuori o dentro il potere, il cui movimento da origine ad un’altra forma di capitalismo (dominio reale) che viene chiamato socialismo. Ció che è interessante in questa analisi è che essa evita moralizzazioni e offre per ‘epistemologia’ una spiegazione ‘sociologica’. Ancora una volta questo significa che questo strato sociale ha sostenuto una forma illuministica di materialismo poiché esso costituiva  l’amministrazione pubblica di un proto-stato in un regime di sviluppo, e che la sua visione economica, codificata nella teoria leninista dell’imperialismo, era anche la visione economica di quello strato. Questo non puó essere marxismo perché tende a sostituire l’analisi delle relazioni e delle forze produttive con una analisi delle ‘forze’ (che richiamano alla memoria Duehring). Da Lenin e Bucharin, attraverso Baran e Sweezy, a Bettelheim e Amin, a Pol Pot (con una degenerazione e una discontinuitá enormi ma anche con una certa continuitá) la teoria dcl ‘capitale monopolistico’ e’ la teoria dello stato burocratico. Essa è fondamentalmente una teoria contro la classe operaia. Considera il riformismo della classe operaia occidentale come una esprcssionc dei superprofittidcll’imperialismo, ed oscura la differenza di interessi tra l’élite dello stato burocratico é la classe operaia e i contadini nei paesi sottosviluppati dove essa è al potere.

I neo-bordighisti francesi, soprattutto Camatte, hanno mostrato che, principalmente in Russia, il marxismo, di pura facciata, fu trasformato da una teoria della comunità materiale umana, ossia di un movimento reale che è nato dal capitalismo maturo, nella teoria di qualcosa che era insito nel vccchio proto-capitalismo. Questo è particolarmente evidente dal contrasto tra le ‘posizioni marxiste’ sulla questione russa sviluppate da Marx nel 1878-1883 e la polemica bolscevica con l’ultima fase dcl populismo negli anni ’90 dcl secolo scorso. Qualsiasi cosa Marx avesse in mente nel suo studio della comune russa come possibile base per un salto immediato nel comunismo, egli non avrebbe mai scritto, come fece Trotsky nel 1936, che «II socialismo ora puó confrontarsi con il capitalismo in tonnellate di acciaio e di calcestruzzo». Questo non vuol dire che non vi sia alcuna base per un discorso produttivistico nell’opera di Marx; ma significa semplicemente che l’abisso che separa Marx dal marxismo della II e III (e IV) Internazionale è precisamente il fatto che egli va oltre il materialismo ‘pre-kantiano’ e va oltre l’economia del capitalismo monopolistico, che csprimono entrambi la visione dcl mondo della classe degli amministratori pubblici. Nella battaglia tra Lenin e i populisti negli anni ’90 del secolo scorso per introdurre questo marxismo deformato della II Internazionale in Russia, l’intera dimensione pre-1883 dcll’analisi marxista della ‘questione russa’, riscoperta da Bordiga, era andata completamente perduta dentro un coro produttivista. L’affermazione lineare, meccanicista del progresso che è il cuore del pensiero dell’Illuminismo storico, che fu assunta in una teoria ‘di faze’ della storia dal marxismo volgare, non considera in alcun modo la comune agricola russa, come invece fece Marx. La Gemeinwesen (comunità materiale umana) scopo del comunismo viene soppressa dal produttivismo. Una volta al potere, i Bolscevichi presero gli schemi di riproduzione e le categorie dcl I volume del Capitale e le trascrissero nei loro manuali di economia pianificata senza notare che queste rappresentavano una descrizione ‘ricardiana’ dcl capitalismo che Marx capovolse nel III volume. Questo spianó la strada all’ideologia ‘mangiacciaio’ dei pianificatori stalinisti dopo il 1928. C’è già un mondo completamente diverso tra Marx, prima, e la II Internazionale e i Bolscevichi poi, espresso nella filosofia e nell’economia, e queste differenze corrispondono a differenti ‘epistemologic sociali’ che hanno le loro radici nelle opinioni di due differenti classi, la classe operaia e la classe degli amministratori pubblici. È in questo senso che è importante sottolineare che il megho della socialdemocrazia tedesca e del bolscevismo russo e avvinghiato senza speranza allo stato. Una ripresa del punto di vista rivoluzionario non puó piú identificarli come credi diretti, ma come una deviazione per mezzo dcl quale il marxismo, fuso con lo statalismo, diventa estraneo a sé stesso.

In occidente, oggi, al contrario dei rivoluzionari dcl 1910, noi viviamo in un mondo completamente capitalista. Non c’è uno sviluppo capitalistico dell’agricoltura da completare, non c ‘è alcuna questione contadina che stia di fronte al movimento operaio. Nello stesso tempo, nel bel mezzo di una profonda depressione economica delle dimensioni di quella degli anni ’30, tutte le vecchie visioni rivoluzionarie sono svanite, e il senso di cosa possa assomigliare ad un mondo positivo oltre il capitalismo è meno chiaro che mai. (La storia recente ha fornito molti esempi di alternative negative). Quando abbiamo capito che molto di quello che sta crollando oggi è in ultima analisi l’eredità degli stati assoluti illuminati e della loro estensione moderna, possiamo vedere che gli strumenti concettuali in uso fino a poco tempo fa erano strumenti per il completamento della rivoluzione borghcsc, sviluppati da movimenti che in definitiva erano guidati da una classe di amministratori pubblici, effettivi o potenziali. Per liberare Marx da questa eredità statalista noi possiamo almeno iniziare a cercare di comprendere il mondo dal punto di vista «dcl movimento reale che si sta svolgendo sotto i nostri occhi”. (Manifesto del Partito Comunista).

NOTE

1. B.Moore (1966) Social Origins of Democracyand Dictatorship, Boston.

2. A.Ulam (1960) The Unfinished Revolution, New York.

3. A.Gershenkron (1962) Economic Backwardness in Historical Perspective, Boston.

4. E. Preobrazhensky (1971) La nuovaeconomia, Milano, capitolo II.

5. Si veda Struttura economica e sociale della Russia d’oggi(1976), Edizioni il Programma Comunista, Milano.

6. Si veda  Storia  della  sinistra  comunista(1964), Edizioni il Programma Comunista, Milano.

7. L’esposizione matura sul legame tra questione agraria e capitalismo si trova in A.Bordiga (1979) Mai la merce sfamerál’uomo: la questione agraria e la teoria della rendita fondiaria secondo Marx, Firenze.

8. Confronta “Bilan d’une revolution” in Programme communiste, nn.40-41-42, Ottobre 1967-Giugno 1968.

9. L’evoluzione della previsione di Bordiga di una grossa crisi mondiale nel 1975 è presentata in F.Livorsi (1976) Amadeo Bordiga, Editori Riuniti, Roma, pp.426-444.

10. Per una analisi puntuale della critica di Bucharin a Preobrazhensky, vedi “Bilan d’une revolution”, pp.139-140. Contro i superindustrialisti di sinistra Bucharin sosteneva che la classe operaia sarebbe stata “costretta a costruire un apparato amministrativo colossale… II tentativo di sostituire tutti i piccoli produttori e i piccoli contadini con burocrati produce un apparato cosi colossale che le spese per il suo mantenimento sono incomparabilmente piú grandi delle spese improduttive dovute alle condizioni anarchiche della piccola produzione: in definitiva, l’intero apparato economico dello stato proletario non solo non facilita ma anzi ostacola lo sviluppo delle fonze produttive. Esso porta direttamente all’opposto di ció che si prefiggeva”.

11. L’aspetto ‘bucharinista’ della valutazione di Trotsky della sinistra statinista dopo il 1928 e rilevato in “Bilan d’une revolution”, op. cit. , p.148.

12. Questo intervento fu fatto al Sesto Comitato Esecutivo allargato del Komintern nel 1926, Ibidem, p.38.

13. Sulla natura capitalista del kolkhoz, confronta “Bilan d’une révolution”, pp.172-179.

14. II concetto di Bordiga di ‘rivoluzione doppia’ è disseminato in tutti i suoi scritti. Per un esempio si confronti A.Bordiga (1975) Russie et revolution dans la theorie marxiste, Spartacus, p.192 e seguenti.

15. V.I.Lenin (1921) “Sull’imposta in natura (Importanza della nuova politica e sue
condizioni)” in Opere Complete, volume 32, pp.309-344, presenta 1’analisi di Lenin della
relazione tra capitalismo di piccoli produttori e capitalismo di stato nel 1921.

16. Le formulazioni, molto liriche, di Trotsky sulla crescita delle forze produttive nello ‘stato operaio stalinista si trovano nella sezione di apertuta de La rivoluzione tradita.

17. Questa è Ia formulazione di «Bilan d’une revolution”,  p.95.

18. Citato in L. Grilli (1982) Amadeo Bordiga: capitalismo sovietico e comunismo,Milano, p.282.

19. L.Trotsky (1968) La rivoluzione tradita, Roma, p.8.

20. Confronta M.Schactman (1962), BureaucraticRevolution, New York, per una piú completa esposizione di questo punto di vista.

21. Confronta A.Bordiga, Russieet revolution dans la theorie marxiste, pp.226-297, per una analisi dell’evoluzione del pensiero di Marx sulla comune russa e la perdita da parte della Russia della ‘chance storica’ di saltare la fase capitalista.

22. Sul profondo coinvolgimento di Marx nel problema dell’agricoltura russa negli ultimi dieci anni della sua vita, confronta il saggio di T.Shanin “Late Marx” in T.Shanin ed. (1983), Late Marx and the Russian Road, New York. Vedi anche J.Camatte “Bordiga et la revolution russe: Russie et necessite du communisme” in Invariance, anno VII, serie II, num 4.

23. La lettera di Marx del novembre 1877 è pubblicata in tedesco in M.Rubel ed. (1972), Marx-Engels: Die russische Kommune, pp.49-53.

24. Vedi nota 22.

25. Le analisi del fascismo italiano del periodo 1921-24 da parte della corrente di Bordiga, senza dubbio in parte opera di Bordiga stesso, si trovano in Communisme et fascisme (1970), Ed. Programme Communiste, Parigi.

26. Come Marx disse nel Manifesto, ii comunismo non e un ideale che deve essere realizzato, al Contrario esso non e “nient’altro che il movimento reale che si sta svolgendo sotto i nostri occhi.” Per un’analisi del comunismo come movimento reale confronta J.Barrot (1972) Le mouvementcommuniste, Ed. Champ Libre, Parigi.

27. Per una critica del formalismo che consegue alla visione del problema del socialismo come un problema di ‘forme di organizzazione’, confronta ii saggin di J.Barrot (1972) «Contribution a’ la critique de l’ide’ologie ultra-gauche (Leninisme et ultra-gauche)s in Communisme et question russe, Ed. de la Tete de Feuilles, Parigi, pp.139-178.

28. Questo è elaborato da L.Grilli, op. cit., p.38.

29. Un parallelo nella stessa Russia fu la ‘leva di Lenin’ attraverso la quale il partito fu inondato da membri malleabili, inesperti o semplicemente carrieristi facilmente manipolati dagli stalinisti contro la Vecchia Guardia. La controparte internazionale di questa trasformazione nell’ Internazionale Comunista furono figure come Cachin nel PCF oppure Thaelmann nel KPD.

30. Sulla nascita dei paesi di nuova industrializzazione e il loro impatto sull’ideologia dominante, confronta N.Harris (1986) The End of the Third World, Penguin, Harmondsworth.

31. Sulla capitalistizzazione dell’agricoltura inglese, vedi R.Brenner (1985) “The Agrarian Origins of European Capitalism” in T.H.Ashton e C.H.E.Philpin (a cura), The Brenner Debate,  Cambridge University Press, Cambridge, pp.217-327.

32. Sulla tradizione mercantile e ilsuo impatto confronta R.Szporluk (1988) Communism and Nationalism. Karl Marx vs. FriedrichList, Oxford.

33. Per  una  discussione  dell’impatto  post-1873  della  depressione  agricola confronta H.Rosenberg (1967) Grosse Depression und Bismarckzeit, Berlino.

34. L’ultrasinistro olandese Herman Gorter confusamente, ma correttamente, già nel 1921 colse l’assenza della questione agraria per i lavoratori occidentali come l’essenza della differenza tra la rivoluzione russa e ogni possibile rivoluzione nell’occidente, una differenza minimizzata da Lenin nel sun L’estremismo malattia infantile del comunismo. Confronta H.Gorter (1921) Offener Brief an den Genossen Lenin, Berlino.

35. R.Dunayevskaya (1975), Philosophy and Revolution, New York, capitolo 3.

36. K.Marx (1969), II Capitale: Libro I capitolo VI inedito, Firenze.

37. Confronta ii pamphlet del gruppo francese Negation (1975), Lip and the Self-Managed Counter-Revolution, (tradotto in inglese da Black and Red,  Detroit).

38. Rita di Leo (1970) Gli operai e il sistema sovietico, Bari, capitolo 1, fornisce una buona analisi dell’uso sovietico del volume I del Capitalecome un manuale da cui furono poi sviluppate le categorie del processo di pianificazione.