«Il capitale è la contraddizione in movimento, in cui esso spinge a ridurre il tempo di lavoro al minimo, mentre, dall’ altro lato, pone il tempo di lavoro come unica misura e fonte di ricchezza.»
Marx, Grundrisse[1]

traduzione di Dante Lepore, a cura di PonSinMor

Questa citazione dai Grundrisse, che mette a fuoco la contraddizione fondamentale del modo di produzione capitalistico, descrive succintamente la situazione odierna su scala mondiale: ancora una volta, come nel 1914, il capitale richiede, per poter sopravvivere come capitale, una vasta svalorizzazione di tutti i valori esistenti, nonostante la grande distruzione di esseri umani e mezzi di produzione che ciò comporta.

In realtà, questa è stata la situazione da circa il 1970/73. Il capitale globale ha rinviato il giorno della resa dei conti, una deflazione vera e propria, con una vasta crescita piramidale di debito – capitale fittizio – e con una serie di tendenze «compensative», che hanno sostenuto questo debito contraendo la riproduzione sociale.

Prima di indagare le specifiche dei quattro decenni dal 1970/73, fatemi innanzitutto delineare i mutamenti che si sono verificati in termini generali.

Il sistema dei tassi di cambio fissi ancorati al dollaro USA di Bretton Woods del secondo dopoguerra era appena crollato.

A quel tempo, l’accumulazione mondiale era chiaramente divisa nelle tre zone dei 1) paesi capitalisti avanzati (OCSE) (USA-Europa-Giappone), 2) il blocco «socialista» (Unione Sovietica e Comecon) e 3) il «terzo mondo» dei paesi «non allineati», con la Cina come un mondo a parte.

Sia il blocco «socialista» che il terzo mondo erano profonda-mente indebitati con le banche occidentali e lo sarebbero diventati ancor più nel corso degli anni ‘70. La classe operaia negli USA e in Europa occidentale era in mezzo alla sua più grande ondata di scioperi dall’immediato periodo post seconda guerra mondiale.

Il nazionalismo del terzo mondo nella varietà «Tricontinentale», promosso da paesi come l’Algeria e Cuba, era ancora una forza potente che sarebbe culminata alla metà degli anni ’70 nella sconfitta USA in Indocina, nell’indipendenza delle colonie portoghesi in Angola, Mozambico e Guinea-Bissau e nei regimi filo-sovietici in Somalia ed Etiopia, nel Corno d’Africa.

La lotta anti-apartheid in Sud Africa aveva raggiunto un nuovo livello nei tumulti di Soweto del 1976. Una nuova ondata d’indipendenza del terzo mondo si è ripetuta anche nell’emergere dell’OPEC (Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio) nei picchi del prezzo del petrolio del 1973 (e successivamente nel 1979), collegati certamente alla maggior parte delle Nazioni dell’OPEC, ma in realtà agli Stati Uniti e ai mercati finanziari USA[2]

Presso le Nazioni Unite, un «Gruppo dei 77» dei paesi del Terzo Mondo attaccò aggressivamente il predominio economico occidentale. L’«Euro-Comunismo» sembrava avanzare in Francia, Spagna e Italia[3]. Lo Scià dell’Iran, appoggiato dagli USA, aspirava ad essere una potenza regionale in Medio Oriente. Pochi in Occidente avevano ancora sentito parlare di fondamentalismo islamico, o di varietà sciita o sunnita, e ancora pochi avevano preso sul serio le «Quattro Tigri» in Asia (Corea del sud – Taiwan – Hong Kong – Singapore), ancora nella fase iniziale del loro emergere come potenze industriali.

La Cina, ancora in gran parte autarchica e ancora nelle ulti-me convulsioni della «Rivoluzione Culturale», era un «grandezza trascurabile» dell’economia mondiale. Francia e Germania alla fine degli anni ’70 erano nelle prime fasi della formazione di una moneta unica europea per fermare la loro dipendenza dalle fluttuazioni del dollaro. Il cono meridionale del Sud America (Argentina-Cile-Brasile-Uruguay) era sotto brutali dittature militari appoggiate dagli Stati Uniti.

Quarant’anni dopo, e trentacinque anni nell’era «neo-liberista», prima di tutto vediamo il declino (relativo) degli Stati Uniti. L’Unione Europea, concepita come un contrappeso all’egemonia americana, è minacciata da un collasso della sua moneta unica e, dopo questa, da una vera e propria disintegrazione. Negli Stati Uniti, (se non ancor più in Europa), gli scioperi regredivano, molto di recente, fino alla quasi invisibilità.[4]

Il blocco sovietico è imploso, con solo la Polonia e la Repubblica Ceca che hanno, ad oggi, riconquistato una posizione precaria. Il Terzo Mondo si è frammentato col pieno emergere delle «Quattro Tigri»[5], seguite dalle «Oche Volanti» delle aspiranti tigri, attualmente guidate dal Vietnam «socialista»[6]. Il fondamentalismo islamico ha spazzato via il nazionalismo del terzo mondo in gran parte del mondo arabo e in Afghanistan e Pakistan.

Le piccole popolazioni degli Stati petroliferi del Golfo e l’Arabia Saudita sono in una classe a sé, ma la loro numerosa forza lavoro immigrata del sud asiatico è una potenziale bomba a orologeria regionale. Un terzo della popolazione mondiale, in Africa[7] e in parti dell’America Latina, è stato intrappolato nella stagnazione economica dal 1980.

Nel frattempo la Cina, pienamente in sintonia con la ristrutturazione neo-liberista globale e, di fatto, una chiave del suo successo a livello globale, come si dimostrerà, è diventata l’«officina del mondo» della produzione manifatturiera, in contrapposizione allo svuotamento di tanti altri paesi. Torneremo alle implicazioni pratiche di questa rivoluzione del mondo dopo aver analizzato in dettaglio il quadro del «bilancio» di austerità mondiale volto a preservare i valori fittizi. La maggior parte dei ultimi quattro decenni è stata un periodo di sconfitta e ricomposizione per la classe operaia; di seguito, (un po’ artificialmente) metteremo tra parentesi la lotta di classe benché distillando la deriva «economica» del periodo, e concluderemo con una visione strategica del mondo.

Il capitale aveva avviato una fase estensiva di svalorizzazione paragonabile, una volta, alla vigilia della prima guerra mondiale, quando il semplice forte crollo dei valori cartacei, il falli-mento di capitali più deboli, la deflazione generale dei prezzi e un periodo di disoccupazione estesa per la classe operaia spingeva verso il basso i salari ormai sufficienti a raggiungere la necessaria svalorizzazione, come nel caso dell’Ottocento.

La distruzione addirittura fisica della forza-lavoro – dei lavoratori – e degli impianti di capitale divenne parte del processo per cui il capitale distruggeva abbastanza «valore» per riavviare la produzione ad un adeguato tasso di profitto. Tra il 1914 e il 1945, due guerre mondiali, il periodo degli anni ‘20 di breve ricostruzione[8], il decennio di depressione 1930, il fascismo e lo stalinismo costituirono la parte essenziale del processo che gettò le basi per il boom post-bellico 1945-1970/73. Il processo mondiale di svalorizzazione[9], come tutte le ristrutturazioni prima di esso (le crisi decennali studiate da Marx dal 1817 al 1866 e la «lunga deflazione» dal 1873 al 1896), spostò nell’in-sieme produzione e riproduzione verso un nuovo «standard di valore», o ciò che Marx intende nel Capitale come una «rivoluzione nel valore».

Ogni fase capitalista di boom e di picco (da «picco di depressione» come si dice in gergo) costituisce un «collettore» basato su un tale nuovo standard, una trasformazione dalle «mele alle arance» in cui un’unità di tempo di lavoro socialmente necessario è sproporzionata rispetto a quella della fase precedente, o a quella della successiva. Il «cluster» delle nuove modalità di trasporto a metà del XIX secolo, dai canali alle ferrovie al vapore, costituiva questa sorta di collettore; le nuove tecnologie (elettronica, chimica e automobilistica) dal 1920 al 1940 ne erano un altro o, più vicino al nostro tempo, la rivoluzione in entrambe le comunicazioni e il trasporto di merci (marittimi e aerei) fin dal 1970.

Dai tardi anni ‘60, il boom post bellico aveva portato il capitale mondiale ad un’altra fase in cui il costo attuale di riproduzione della forza-lavoro non sarebbe servito più a lungo come «numerario», comune denominatore del sistema, per lo scambio di merci. Il capitale, ancora una volta, come nel 1914, ma più diffusamente, era entrato in una nuova fase in cui la distruzione fisica su scala mondiale era una parte necessaria del movimento di svalutazione e potenziale rivalutazione.

Ogni ciclo capitalista di boom e picco produce capitale fittizio appena raggiunge il culmine: questo è costituito da crediti cartacei sul plusvalore che non corrispondono ad alcun reale plusvalore che provenga o dal processo di produzione immediato o da fonti del bottino proveniente dall’accumulazione primitiva. Dilagante speculazione a parte, come è avvenuto in particolare negli ultimi due decenni (e anche nel periodo precedente la crisi mondiale 1973-1975, il più grande del dopoguerra fino a quel momento[10]), la fonte iniziale del capitale fittizio è il capitale fisso svalorizzato nella sfera immediata[11] della produzione stessa. Questa svalorizzazione deriva direttamente da uno degli aspetti più essenziali del capitale: i progressi regolari nella produttività del lavoro.

Ma il capitale appare ai capitalisti non, come nei primi due volumi del libro di Marx, come «valore che valorizza se stesso», ma piuttosto come titoli (diritti) di carta alla ricchezza, stock (profitto), obbligazioni (interesse) e i vari diritti sull’affitto della terra affrontati nel III vol. Si tratta di diritti sul futuro flusso di cassa [contante], il cui «valore» non è immediatamente determinato dall’enigma «prezzo/valore» discusso fino alla nausea dai lettori fermi alla prima sezione del III vol., ma da una capitalizzazione di quel flusso di cassa relativo al tasso di profitto generalmente disponibile[12]

Mentre si sviluppa questa massa di aria calda – fittizia rispetto al plusvalore effettivo disponibile per valorizzarla – essa è sostenuta temporaneamente da azioni deflazionistiche della Banca Centrale e da varie «tendenze compensative»[13]. La massa di aria calda circola, come qualsiasi altro capitale, fino a quando essa non può più essere valorizzata attraverso il classico movimento D-M-D’ che definisce il capitale[14].

La conseguente asfissia fa collassare questi titoli alla ricchezza, allineandoli con il sottostante tasso effettivo disponibile di profitto, o addirittura al di sotto di esso, nella fase iniziale di una nuova espansione. Questa è la fase in cui siamo vissuti dal 2008. Ma ciò che si è verificato nel 2008 era semplicemente la fase ultima, acuta, come indicato, di un lungo processo di indebitamento piramidale dissimulato (o non, come era), un lungo periodo di riproduzione sociale contratta su scala mondiale, dall’inizio degli anni ‘70, in contrasto con la ripresa capitalistica dalla depressione del 1945-1970/73.

Esaminiamo allora più da vicino la storia per cui questi titoli fittizi alla ricchezza hanno assunto le dimensioni enormi che avevano acquisito dal 2007-8 e che, in cinque anni di crash, possiedono ancora oggi. Il lettore contemporaneo può facilmente riconoscere tali titoli nelle attività degli hedge fund, oltre ai derivati, la «finanza strutturata» e cartolarizzata, la «asset inflation» a livello mondiale, i mercati azionari e i valori nella proprietà privata e commerciale, i «credit default swap», i «collateral loan obligations», la mongolfiera del settore «FIRE» (finanza – immobiliare – assicurazione), per non parlare dell’aumento del debito pubblico degli Stati Uniti, da 10 a 15 trilioni di $ in quattro anni, e dei comparabili recenti aumenti nei bilanci della Banca Centrale Europea, della banca del Giappone e della Bank of China. La riproduzione sociale contratta, sotto il peso di questi diritti di carta, è più immediatamente visibile per le strade di Grecia, Italia e Spagna e il tasso attuale del 50% di disoccupazione su scala mondiale per chi ha meno di 25 anni.

Pochi oggi ricordano la crisi di liquidità aziendale degli Stati Uniti del 1969-70[15], o la caduta del 35% del mercato borsistico U.S. nello stesso anno, dopo la «crisi del dollaro» del marzo 1968[16] o, infine, la forte recessione degli Stati Uniti che seguì. Ma questi eventi probabilmente possono essere visti come segno della fine del boom post-seconda guerra mondiale e, nonostante le occasionali apparenze contrarie, il sistema mondiale è stato sempre ossessionato dallo spettro della deflazione assoluta oggi in corso. La crisi creditizia e conseguente recessione fu seguita dalla sospensione nell’agosto 1971 da parte di Richard Nixon della convertibilità del dollaro USA in oro, e da una serie di altre misure per sollevare l’economia statunitense in un super-boom inflazionistico, che garantisse la sua rielezione nel 1972[17].

La rottura del legame tra il dollaro, allora come ora valuta di riserva principale del mondo, e l’ancoraggio all’oro stabilito dalla conferenza di Bretton Woods del 1944, iniziò il processo di levitazione dell’allora esistente bolla di capitale fittizio nelle proporzioni colossali che ha assunto oggi.

Simultanea (e relativa) a questi eventi nei mercati dei capitali del mondo era la quadruplicazione del prezzo mondiale del petrolio nel 1972-1973[18].

Nel 1973-74 come nel 2008, i maggiori governi capitalisti reflazionarono alla maniera keynesiana classica, producendo (in questo caso) la «stagflazione» con poca crescita e molta inflazione, che dal 1979 andò galoppando al 15% negli Stati Uniti e superiore nel Regno Unito. C’erano dei tassi d’interesse effettivamente negativi in un periodo in cui i creditori e tutte le persone a reddito fisso sono state punite e i debitori premiati[19].

I Paesi europei e il Giappone furono costretti a importare inflazione americana con le loro croniche eccedenze della bilancia dei pagamenti nel commercio con gli Stati Uniti. Questo periodo terminò nel 1979 con una seconda «crisi petrolifera», più direttamente connessa con la rivoluzione iraniana, con l’avvento al potere della Thatcher in Gran Bretagna e un anno dopo di Reagan negli Stati Uniti, mentre la Federal Reserve Bank USA sotto Paul Volcker viaggiava su tassi di interesse al 20% per interrompere una forte fuga dal dollaro e (per farlo) soffocare l’inflazione USA[20], realizzata con un’ancora più profonda recessione (1980-82) rispetto a quella della metà degli anni ‘70. Il capitale mondiale entrò nell’era «neo-liberista», e dal 1985 Reagan, Thatcher, Mitterrand, Gorbaciov e Deng erano in sincronia nel voltare le spalle alle dimensioni «sociali» dello stato che aveva caratterizzato fino ad allora l’era post-1945.

Il «neo-liberismo» (di per sé un termine coniato per distogliere l’attenzione dalla parola «capitalismo») aveva le sue origini nel lontano dopoguerra[21], nel pensiero dei teorici «Austriaci» Friedrich von Hayek e Ludwig von Mises e promosso nel mondo anglo-americano in un’altra variante come «monetarismo».

Anche se la maggior parte dei potenziali lettori di questo testo sono tutti abbastanza abituati al termine e alle sue ramificazioni, provarlo è appena utile per dare un senso dell’impatto globale del neo-liberismo, che oggi non è ancora esaurito. Mentre era marginale nei primi anni della crisi degli anni ‘70, tranne nel Sud America meridionale (Cile, Argentina)[22], il neo-liberismo ha dominato il mondo per 30 anni, e il suo corso non è ancora finito. Potremmo adeguatamente definirlo come più mezzi di distruzione di V (capitale variabile) e C (capitale costante)[23] finalizzate a puntellare sempre la bolla fittizia di aria calda con sufficiente S (plusvalore).

Il calo del suo andamento in ascesa avvenne con l’inversione di tendenza del 1968 all’uguaglianza del reddito in Occidente[24]; dominò ideologia durante un periodo in cui la disparità di reddito negli Stati Uniti, almeno, superava quella del 1929, e il divario tra «ricchi» e «poveri» cresceva molto più di quanto fosse nel 1973[25].

Il neo-liberismo comportò una guerra nel sociale, da cui fu contrassegnato lo stato sociale del dopoguerra e, in altri contesti, il «comunismo»; la privatizzazione delle funzioni[26]dello stato, solitamente per scopi di saccheggio a breve termine; la precarizzazione e la «flessibilizzazione» del lavoro[27], spesso con tecniche «just in time» originate in Giappone; la grave deindustrializzazione degli Stati Uniti e del Regno Unito[28]; la grande riduzione delle tasse sui ricchi in nome dell’economia del «trickle down»[teoria secondo cui i benefici per ricchi si riverseranno come tali sui poveri – ndt]; il vantare la piccola azienda «imprenditoriale» (in molti casi, auto-sfruttamento di ex lavoratori) e l’ascesa dell’«high tech»[29]; la riduzione o addirittura lo smantellamento della regolamentazione statale del settore bancario e borsistico oltre a quello delle condizioni di lavoro, salute e sicurezza; l’incontrollata esternalizzazione della produzione ai mercati del lavoro più convenienti; lo smantellamento di (alcune) tariffe e la promozione di accordi commerciali regionali, sovra-nazionali a scapito di operai e contadini. Negli Stati Uniti, il neo-liberismo è stato accompagnato e promosso dalla «guerra della cultura », in cui argomenti come l’aborto, l’educazione sessuale, la contraccezione, la religione e il rifiuto di Darwin, hanno eclissato per molti, compresi quelli più direttamente colpiti, le «questioni economiche» in una violenta reazione generale contro gli anni ‘60 e ‘70.

Un inizio di apertura critica nel nuovo periodo fu la Proposta 13 della California nel 1978, una rivolta fiscale populista che copriva le tasse sulla proprietà delle abitazioni, che fece cadere la classifica nazionale delle scuole pubbliche di California dal 1° al 48° posto nei successivi 30 anni. Questa è stata una manifestazione precoce di «autonomia» degli strati ricchi nelle enclaves di bassa tassazione con barriere visibili o invisibili, applicata dalla nuova industria di massa della «sicurezza» privata. Gli stessi strati ricchi hanno spostato i normali lavoratori dalle aree urbane in via di gentrificazione in tutto il mondo. Il neo-liberismo del «libero mercato» a livello internazionale fu presto messo alla prova nella crisi del debito latino-americano del 1982 (Brasile e Messico prima di tutto), che richiedevano l’intervento massiccio e la ristrutturazione del debito da parte del governo statunitense e che comportava programmi di austerità del FMI in decine di paesi gravati dal 1973 dall’aumento del costo delle importazioni di petrolio[30].

Nel 1980 i più grandi datori di lavoro in Brasile erano impianti siderurgici e di automobili; nel 2000 erano compagnie private di assicurazione e Mac Donald[31]. Il neo-liberismo comportò il dilagare della seconda guerra fredda e aumentò le spese militari[32]. Esso portò all’accordo di Plaza del 1985, in cui gli Stati Uniti imposero un’importante rivalutazione su Giappone e Germania (svalutando così le grandi riserve di dollari che avevano costruito per sostenere il dollaro e gli alti tassi di interesse di Volcker dopo il 1979). Continuò e s’intensificò l’incarcerazione della «sovrappopolazione relativa» (in senso razziale) negli Stati Uniti, raggiungendo i 7 milioni di persone, ossia il 3% della popolazione attuale[33]. Si è arrivati al crollo del mercato azionario mondiale del 1987. Mesi prima, Alan Greenspan aveva assunto da Volcker la Federal Reserve Bank (FRB o Fed) e durante e dopo il crash inaugurò due decenni di «gestione Greenspan», l’assicurazione che l’infusione massiccia di credito da parte della Fed avrebbe creato uno scudo protettivo contro qualsiasi recessione finanziaria o del mercato azionario.

Il «Piccolo Stato» «Libero mercato» del neo-liberismo è indifferente nell’utilizzare lo Stato per soddisfare le sue follie, cosa che si è ripetuta su una scala molto maggiore dopo il 2007[34]. Esso si affermò (negli USA) mediante la «riforma del welfare», che impone ai destinatari di beni di accettare lavori umili al minimo salario, invece di ricevere un assegno sociale. È stato l’anticipatore dell’epoca di Ivan Boeskys e Michael Milkens dei titoli ad alto rischio (junk bond), acquisizioni di aziende per indebitamento (leveraged buyout)[35] (LBO), in cui il debito veniva accumulato sulle società a scopo di tassazione, costringendole quindi a disfare gli attivi e a ridimensionarsi fino al loro torsolo «redditizio», dopo di che gli artisti del LBO rivendevano la società, estinguevano il debito e intascavano un enorme profitto pochi anni dopo.

Ha promosso l’ideologia dello «shareholder value» (valore azionario), nel senso che il prezzo delle azioni a breve termine vinceva tutte le altre considerazioni nella gestione delle imprese e mostrava la porta alle strategie di investimento a lungo termine e R+D (Ricerca e Sviluppo) della «vecchia economia». Ha liberalizzato le banche di risparmio e prestito (S+L) negli Stati Uniti, portando ad una baldoria del credito immobiliare che finì con la fine degli anni 1980 con 500 miliardi di $ di perdite, raccolti da e aggiunti al debito del governo degli Stati Uniti[36]. Allo stesso tempo finiva l’era dei «junk bond» (benché fosse rinata come «private equity», oggi viva e vegeta). Tra il 1990 e il 1993, nella «mite» recessione degli Stati Uniti, i prezzi delle case caddero drammaticamente e grandi istituzioni finanziarie come Citicorp, che detenevano miliardi del debito inesigibile[37] del terzo mondo, barcollarono, finché i loro debiti, a loro volta, come quelli della frode Risparmio e Prestito (S+L), vennero nazionalizzati senza tanti complimenti.

Dai primi anni ’90, il precedente «liberismo» New Deal, associato negli Stati Uniti con un (molto modesto) stato sociale keynesiano, fu sopraffatto al di là del nuovo mantra e giunse al potere con Bill Clinton dopo la recessione del 1990-1993. Fu seguito da Tony Blair, Gordon Brown e Anthony Giddens in Gran Bretagna nel 1997, dopo che quest’ultimo trio aveva purificato il partito laburista della sua immagine sindacale grintosa, proletaria con la loro «terza via» al crollo del mercato. Clinton è stato immediatamente informato dal suo governo, guidato dal segretario del Tesoro Robert Rubin (un ex banchiere di Goldman Sachs), sulla impellente necessità di calmare i mercati obbligazionari[38], astenendosi da qualsiasi deficit di bilancio disposto socialmente. Clinton fece pressione attraverso il NAFTA, l’accordo di libero commercio nordamericano con il Canada ed il Messico[39]. La sua molto attesa e complessa riforma della sanità, come il disegno di legge di Obama 15 anni dopo, era destinata a porre freno alle spese sanitarie, benché mantenesse ancora le prerogative degli assicuratori sanitari privati[40] e fosse già morta al suo arrivo al Congresso. Clinton introdusse un leggero aumento d’imposta sul reddito, ma invertendo a mala pena le riduzioni fiscali dei 12 anni precedenti[41]. Egli operò mediante una legislazione di «rigore contro la criminalità», per mettere 1 milione di nuovi poliziotti per le strade, come suo contributo più diretto all’espansione dell’occupazione. Alla vigilia della sua elezione nel 1992, all’epoca governatore dell’Arkansas, egli aveva diretto la cella di esecuzione di un prigioniero mentalmente ritardato, e successivamente denunciato Jesse Jackson per dimostrare di essere non un liberale vecchio stile «morbido verso la criminalità» o la pena di morte. Nel 1996, alla vigilia della sua rielezione, abolì «il welfare come lo conosciamo», spingendo per motivare il sussidio di disoccupazione con lavori socialmente utili (workfare) e iniziative di ritorno al lavoro, una manovra elettorale a buon mercato che risparmiava pochi miliardi al governo ma abbandonava milioni di madri sole a lavori con salario minimo e a lunghi spostamenti e milioni di bambini trascurati «sotto-chiave».

A partire dal 1995, decollava la bolla «high tech» di Silicon Valley, insieme con l’inflazione finanziaria generale. Il 1995 fu anche l’anno dell’«inversione Plaza»α, in cui il dollaro arrivò a sfondare il plafond contro il marco tedesco e lo yen giapponese, a 10 anni dopo il picco[42]. Le entrate federali, statali e locali, derivanti dall’inflazione degli asset finanziari, generarono una eccedenza federale nel 1996, e «eccedenze a perdita d’occhio» sono state proiettate anche nel XXI secolo. Il mercato del lavoro si è ristretto a livelli mai visti dal primi anni ‘60. In quegli anni il FMI e la Banca mondiale erano diretti esecutori della politica neo-liberista degli Stati Uniti, con programmi di «aggiustamento strutturale» in 100 paesi. Si deve, tuttavia, osservare la breve congiuntura Clinton «ben regolata», a fronte del suo contesto internazionale. In primo luogo, il «miracolo» giapponese era giunto a un termine nel crollo del mercato azionario del 1989-1990, con l’indice Nikkei che cadeva da 38.000 a 10.000 senza mai recuperare, cominciando più di 20 anni di sviluppo molto più lento. Era il risultato dell’accordo Plaza, che aveva radicalmente rivalutato lo yen. Il capitale giapponese ha continuato a fare shopping alla grande, non solo negli Stati Uniti ma anche nel sud-est asiatico[43].

Lo yen alto, tuttavia, colpì duramente le esportazioni giapponesi e la mancanza di sbocchi disponibili spinse i fondi nella speculazione immobiliare e altri tipi di asset inflazionistico, portando all’arresto del 1990, da cui il Giappone non ha mai completamente recuperato. Molti degli investimenti giapponesi negli Stati Uniti andarono male. I giapponesi, in un clima di costante ostilità contro il Giappone da parte dei politici americani, dell’industria e di alcuni sindacati, erano diffidati dal farne altri. Questo è stato accompagnato da battaglie sul commercio e sulle tariffe, e il Giappone era pressato dagli Stati Uniti a incrementare la spesa militare. Di suprema importanza, negli anni ’90, il flusso di capitale giapponese negli Stati Uniti era un fattore di agevolazione del credito.

Gli anni di Clinton hanno visto anche la crisi del mercato obbligazionario del 1994, quando l’aggressiva Fed attirava i commercianti di titoli con svariati rapidi aumenti del tasso d’interesse, causando miliardi di perdite[44]. Quell’anno vide anche la seconda crisi del debito latino-americano, partita dal Messico e rimbalzata attraverso i mercati finanziari dell’America Latina[45]. Mentre l’amministrazione Clinton aveva sostenuto che l’accordo di libero scambio NAFTA sarebbe valso 50 miliardi di $ in nuova produzione annua esportata negli Stati Uniti, è stato invece necessario fornire un salvataggio del governo americano di 50 miliardi di dollari agli americani titolari del debito messicano dopo il crollo del peso.

La crisi messicana del 1994-95, tuttavia, impallidisce in confronto alla crisi asiatica del 1997-98. Mentre mesi prima le nuove «tigri» asiatiche erano state propagandate come la storia del successo degli anni ‘80 e ‘90 (compresi gli ideologi americani dal lato debole che immaginavano queste economie molto stataliste come espressione di un trionfo del «libero mercato»), che era iniziata nel luglio del 1997 come una corsa sulla valuta thailandese, rotolata in una spaventosa fuga di capitali a breve termine proprio da quei paesi che avevano risposto al canto della sirena neo-liberista e liberalizzato i loro scambi, e risparmiava quei paesi (Cina, Malesia, India) che avevano resistito ad essa.

Dall’inizio del 1998, la Corea del sud, l’Indonesia e la Thailandia erano prostrate e sotto il controllo del FMI. Per beneficiare del FMI e di altri prestiti, Paesi come la Corea del sud dovettero acconsentire a massicci licenziamenti dei dipendenti statali, abbandonare i controlli sulle acquisizioni straniere di industrie chiave, mentre gli avvoltoi capitalisti occidentali si precipitavano a comprare, a prezzi stracciati, un massiccio leveraged buyout globale[46]. L’ideologo di Clinton Lawrence Summers, allora sottosegretario del tesoro degli Stati Uniti, si precipitò in Asia per sorvegliare questo processo e interruppe un tentativo giapponese di formare un fondo monetario asiatico per arrestare la crisi in atto. I capitali in fuga dal collasso delle economie asiatiche ritornarono negli Stati Uniti, rafforzando nuovamente i mercati dei capitali locali.

Nel blocco orientale, che era crollato nel 1989/1991, l’amministrazione Clinton sostenne un’austerità draconiana. Non c’era nessun «nuovo piano Marshall» (non esisteva nessun capitale per nessuno[47]). Gli Stati Uniti appoggiarono fino in fondo il «democratico» Eltsin, dopo che (nel 1993) aveva bombardato un Parlamento eletto. Gli USA favorirono l’acquisizione dell’economia russa da parte degli oligarchi, che prendevano i soldi degli Stati Uniti e dal FMI e li esportavano all’estero. I massimi consiglieri USA amministravano la privatizzazione dell’economia russa, che rapidamente culminò nell’acquisizione di essa da parte di elementi criminali, molti dei quali ex ufficiali del KGB sovietico[48]. Questo saccheggio dell’industria russa e delle risorse naturali è stato momentaneamente interrotto dal crollo del rublo del 1998. Durante questi anni, più di metà della popolazione russa è stata ridotta in povertà. Dalla fine degli anni ‘90, gli standard di vita in alcune repubbliche della ex Asia centrale sovietica erano al 30% del loro livello precedente[49]. Il 1998 ha visto anche la crisi della gestione del capitale a lungo termine (LTCM) dell’autunno 1998. LTCM era uno dei massimi hedge fund, fondato e guidato da protagonisti di Wall Street e che aveva due economisti vincitori di Premi Nobel nel suo Consiglio di amministrazione. LTCM nonostante fosse stato spiazzato dal default russo e dall’impatto potenziale del suo fallimento sui mercati finanziari mondiali fu stimato a 1,4 trilioni di$. La Federal Reserve di New York convocò una riunione di emergenza di fine settimana delle banche di Wall Street coinvolte, che hanno fornito congiuntamente un salvataggio di 13 miliardi di $ per il controllo dei danni, come una piccola prova generale per gli eventi del 2007-8 e oltre[50]. Le crisi finanziarie latino-americana, asiatica e russa rimbalzarono sull’economia stessa degli Stati Uniti, che era in mezzo alla frenesia borsistica del 1995-2000, associata con la «New Economy» «dot.com» dell’high-tech. Il capitale, in fuga dal collasso dei mercati esteri, vide un rifugio nel dollaro USA in salita (in seguito all’accordo «inversione Plaza» del 1995) e l’ascesa stratosferica del mercato azionario, totalmente fuori sincronia con i profitti sottostanti[51]. I governi (federale, statali e locali) furono incoraggiati dal gettito fiscale basato su questa fittizia inflazione degli attivi e Clinton lasciò l’incarico, appena in tempo, più popolare di quando era stato precedentemente eletto. Nella primavera del 2000, la «New Economy» fu stivata nel collasso del dot.com. Il NASDAQ (la borsa valori per le imprese high-tech) scese da 5.000 a 2.000 e mai più si riprese. Fu questa l’epoca in cui Wal-Mart sostituì General Motors come il più grande datore di lavoro degli USA e l’economia della cosiddetta «Goldilocks» (gabbia dorata) si affermava negli Stati Uniti, mentre all’estero scoppiava una crisi dopo l’alta, è impensabile senza il «prezzo Cina», le esportazioni a basso costo sempre in crescita, soprattutto da parte di imprese straniere operanti in Cina[52], che ha mantenuto bassa l’inflazione dei prezzi al consumo in un mercato del lavoro fermo e con un’impennata vertiginosa dell’inflazione degli asset in azioni e beni immobili[53].

Dagli anni ‘70, decine di economie del terzo mondo sono state devastate dalle politiche[54] neo-liberiste imposte dal FMI e dalla Banca mondiale, che imponevano l’accettazione di importazioni a basso costo, come effetto del NAFTA sulla campagna messicana, che ha spinto anche milioni di rurali messicani fuori della terra e a emigrare negli Stati Uniti, dove svolgevano lavori a salario minimo (o al di sotto del minimo) fino al crash del 2008. Il NAFTA è anche lo sfondo poco noto dell’ascesa dei cartelli messicani della droga, che reclutò migliaia di questi profughi dalla campagna, impoveriti in guerre che hanno ucciso oltre 50.000 persone.

Gli sviluppi post-1989/1991 nell’ex blocco sovietico, ancora una volta, si alimentarono altresì dei brevi giorni sereni della «New Economy». L’aspetto più importante è stata una nuova dimensione di investimento di capitale occidentale, con manodopera istruita a basso costo e attraente patrimonio immobiliare urbano (Praga, Budapest, Cracovia, Riga) da gentrificare. La popolazione, soprattutto anziana, dell’Europa orientale e della Russia ha subito austerità tremenda e peggio[55]. C’era la massiccia emigrazione di giovani istruiti ad ovest, oltre a reti di criminalità del tutto nuove. Intere regioni industriali venivano chiuse o ridimensionate appena gli oligarchi si prendevano i gioielli di famiglia. C’era la spesa dell’unificazione della Germania, che è stata permessa in quanto rappresentava un buon compromesso per la sua integrazione nell’Unione europea. I trilioni di marchi spesi per la riunificazione spinsero in alto i tassi di interesse tedeschi, approfondendo la recessione nel resto dell’Europa occidentale[56]. Il capitale tedesco aumentò anche in Europa orientale, e le imprese francesi e tedesche si trasferirono in Polonia. In Polonia, le vecchie aree industriali urbane fuori Varsavia sono state devastate[57].

Le conseguenze del crollo del dot.com del 2000 erano in qualche misura localizzate, benché la «razionale allocazione delle risorse dal libero mercato» abbia portato al prosciugamento di 3 trilioni di $ in valore cartaceo, e il 98% di tutti i cavi a fibre ottiche deposti durante l’euforia non sarebbero mai stati usati. Solo quando George Bush Jr. prese il potere nell’autunno 2000, tutto cominciò a rotolare verso il basso. Proprio come la prima guerra in Iraq aveva deviato l’attenzione dalla crescente recessione sotto Bush Senior, l’11 settembre fece la stessa cosa per Bush Jr. Gli Stati Uniti andarono in recessione dal 2000 al 2003. Fu questa l’epoca della Enron[58]e del World.com, ulteriori precipitazioni della «New Economy». Il «dividendo» dal boom dell’high-tech era finito. Fu a questo punto che la bolla immobiliare diede il cambio alla bolla dell’high-tech, promossa dalla Fed come una nuova fonte di spesa dei consumatori. Operai americani con stipendi inadeguati si indebitavano profondamente sempre di più e iniziarono ad usare le loro case come garanzia per più debiti. La «finanza strutturata» – il confezionamento di flussi di reddito da mutui ipotecari e da altri introiti e venduti all’insaputa con indice di valutazione (rating) AAA dalle agenzie di servizi – è entrata ovunque, culminando nella frenesia dei mutui sub-prime, nella costruzione e vendita di alloggi degli ultimi anni del boom[59].

Fino al 2008 era l’epoca del consumatore americano “che aveva raggiunto il limite massimo”, acquistando beni dall’Asia (sempre più dalla Cina). Il conseguente boom dell’esportazione in Cina spingeva alla frenesia in tutti i fornitori di materie prime (Australia, America Latina, Africa). Milioni di messicani, in fuga dalla devastazione dell’economia messicana dopo il 1982 e poi post-NAFTA, come indicato, lavorava nella costruzione degli USA e imballando carne al salario minimo durante gli anni del boom. Come sempre nel caso delle espansioni USA dal 1950, i dollari detenuti all’estero cominciarono ad accumularsi a causa del deficit cronico della bilancia dei pagamenti degli Stati Uniti[60]. Nel 2005 il dollaro veniva rifiutato, passando da 1$=1,50 € a 1$=0.75 € dal 2008.

Questo triangolo di base delle importazioni asiatiche negli Stati Uniti, tracciato sulle materie prime dal mondo intero e costituito dalla crescente forza nazionale negli Stati Uniti (come esemplificato dal boom degli alloggi) e reso possibile dal prestito straniero, cominciò a disfarsi nel 2007[61]. Era la fase finale degli Stati Uniti come «consumatore in ultima istanza» che sostiene l’economia di resto del mondo, in cambio del proprio indebitamento con l’estero sempre crescente[62], che torna indietro almeno agli anni ‘70.

Questo tuttavia non deve distrarre l’attenzione dal problema più profondo della crisi strutturale, la necessità di una massiccia svalorizzazione del tipo 1914-1945 (tuttavia diversa nella fattispecie, che tutta la storia fin qui delineata ha tentato di abbozzare). L’era «neo-liberista», come affermato all’inizio, ha impiegato quattro decenni per polverizzare i livelli reali di vita (V) e i capitali fissi reali (C) su scala mondiale e per togliere valore al plusvalore (S), per evitare il massiccio «indebolimento» la cui possibilità ha ossessionato gli Stati fin dai primi anni ‘70.

La panoramica precedente non sarebbe completa, senza qualche considerazione sull’ascesa della Cina.

Al momento in cui scrivo (settembre 2012) tutte le zone principali dell’economia mondiale hanno registrato un «rallentamento», in cui alcuni vedono una recessione possibile «a doppio-tuffo»[63]; la Cina non vi sfuggirà e può addirittura passare in testa. Alcuni analisti scettici, facendo un passo indietro rispetto all’euforia intorno all’ascesa indiscussa della Cina, hanno sottolineato i paralleli con l’euforia analoga intorno al «Giappone come n. 1», il «Giappone nella corsia di sorpasso» degli anni ‘80. Ci sono in effetti importanti paralleli: l’accumulazione da parte della Cina di 1,4 trilioni di $ dal commercio con gli Stati Uniti riciclati in banconote del tesoro degli Stati Uniti; le schermaglie costanti da parte di politici americani sulla valuta cinese presumibilmente sopravvalutata; l’inondazione del mercato statunitense con le merci cinesi (come accennato precedentemente); un accumulo enorme di immobili invenduti, che uguaglia il gonfiamento del settore immobiliare del Giappone degli anni ‘80; le «banche zombie», che portano innumerevoli miliardi di prestiti non esigibili al settore dell’impresa di stato; la grave dipendenza della Cina dalle importazioni di cibo, petrolio e materie prime; il progressivo invecchiamento della popolazione. Benché non così drammatica come la caduta del 75% della borsa del Giappone nel 1990, negli ultimi quattro anni il mercato azionario cinese è andato vagando al ribasso.

Nel 1960, l’Asia orientale rappresentava il 5% del PIL mondiale, oggi rappresenta il 35%. La maggior parte di questa crescita ebbe luogo nel periodo di crisi post-1970/73. Come si spiega questo innegabile cambiamento nel quadro del dinamismo economico mondiale con l’analisi generale presentata qui, di 40 anni di crisi e svalorizzazione? Anche se la Corea del sud e Taiwan, due delle prime «tigri» emerse e ancora esistenti sotto l’ombrello militare USA, la Cina ha già superato gli Stati Uniti come loro principale partner commerciale e, come anche con il Giappone, come un obbiettivo per gli investimenti.

40 anni fa, la maggior parte dei paesi latino-americani era sotto tutela degli Stati Uniti; oggi guardano sempre più alla Cina, come alcuni paesi del terzo mondo tenutisi fuori ad est e ad ovest durante la guerra fredda. La Cina sente la pressione della produzione anche a basso costo in Vietnam e Bangladesh, ma i suoi investimenti all’estero[64] e i «prestiti agevolati» offrono ad alcuni paesi del terzo mondo, specialmente in Africa, una certa alternativa ai rigori del FMI e della Banca mondiale[65].

In mezzo a questo e accanto al suo rapporto «G-2» con gli Stati Uniti, la Cina ha stabilito un rapporto speciale con la Germania, come una via d’accesso all’UE[66]. Questo s’intreccia con un certo (classico) orientamento geopolitico tedesco verso Russia e Cina, come contrappeso all’influenza USA in Europa[67]. Tecnici e ingegneri tedeschi sono assunti su larga scala presso aziende cinesi[68]. Sindacalisti tedeschi volano a Pechino per consigliare il governo cinese su un ringiovanimento del suo volto repressivo, della Federazione dei Sindacati di tutta la Cina controllata dallo stato. Dopo che l’esportazione del suo modello di crescita ha sbattuto contro un muro nel 2008, la Cina è ripartita, alla ricerca di un modello di consumo domestico, per sostituirlo, e il modello tedesco di corporativismo e una nuova integrazione della classe operaia potrebbero bene adattarsi allo scopo. I think tanks cinesi studiano l’ascesa della Germania come un «mondo a parte» nella bilancia europea delle potenze pre-1914, supponendo che la Cina occupi una posizione simile rispetto all’attuale sistema mondiale dominato dagli USA[69]. Ma l’analogia è falsa. L’ascesa della Germania ebbe luogo nel periodo ascendente del capitalismo e, anche allora, essa doveva essere assorbita in una «borghesia Nord Atlantica» attraverso due guerre mondiali. Ritorniamo a queste problematiche dopo aver delineato la crisi del 2007-8.

Il poco spazio preclude un resoconto completo della crisi, ma cercheremo di mettere a fuoco i punti più importanti. Un tiro di apertura è stata la liquidazione del prestatore subprime New Century nel marzo 2007, seguita in giugno dal fallimento di due fondi di Bear Stearns. Quell’estate, il totale dei derivati e del debito default swap era stimato intorno ai 400 trilioni di $. Nel marzo 2008, Bear Stearns ha dovuto essere salvata da J.P. Morgan. I «Mezzi di investimento strutturati» (i SIV) dai quali le banche tenevano nascosti i debiti «fuori bilancio», andavano implodendo. Con la deflazione che accelerava, il petrolio sprofondò da 147 a 107 $ al barile. Il 7 settembre, il governo americano dovette prendere il controllo di Fannie Mae e Freddy Mac, i due giganti titolari governativi del debito ipotecario, con 5,4 trilioni di $ in passività[70]. Il 14 settembre, la classificazione come «evento del credito» della crisi ebbe luogo con il fallimento di Lehman Brothers, la banca vecchia di 158 anni. Un evento parallelo nel Regno Unito era stato il collasso della banca Northern Rock. Il venerabile broker Merrill Lynch dovette essere venduto al gigante Bank of America. AIG, l’e-norme compagnia di assicurazione, che si era avventurata nel rischioso nuovo mondo dei derivati, dovette anch’essa essere salvata. Il 28-29 settembre, il Congresso degli Stati Uniti, sotto pressione estrema dei circoli governativi capeggiati dall’allora segretario al tesoro Hank Paulson, accettò un salvataggio di 700 miliardi di $ di attività «tossiche» di Wall Street. J.P. Morgan accettò di assumere il controllo della Mutual bank di Washington, dopo che furono liquidati 46 miliardi di $ nel foglio di bilancio di quest’ultimo. I mercati monetari furono quasi completamente bloccati. I fondi pensione, investiti pesantemente in Wall Street, avevano perso 2 trilioni di $ nei 15 mesi precedenti.

Questi erano solo i punti salienti dei 18 mesi precedenti l’elezione di Barack Obama come Presidente degli Stati Uniti nel novembre del 2008. Il suo governo prese il potere nel gennaio 2009, con la prominenza come protagonisti nel suo staff economico di ex bricconi dell’era Clinton, tra cui l’economista di Harvard Larry Summers e il direttore della Fed di New York Tim Geithner[71]. Obama chiamò a Washington quelli del CEO di Wall Street e disse loro «Io sono l’unica cosa tra voi e i forconi» e li precedette per mostrare che questo era proprio il suo ruolo nel restaurare nella sua virtuale interezza l’agenda neo-liberista, regolando con «tocco leggero» le molte istituzioni che (apparentemente) avevano portato alla crisi, dopo ulteriori trilioni di reflazione nell’inutile applicazione della classica norma keynesiana «spingere su una stringa».

Gli eventi del 2007-2008 sono culminati, fino ad oggi, nella traiettoria reale dell’agenda «neo-liberista» che aveva preso for-ma verso la fine degli anni ‘70 nel modo più singolare. E finora, quattro anni dopo, rimangono intatte, a malapena celate dal sottilissimo lifting ideologico di facciata. Il governo stesso e le politiche della Banca centrale, lungi dall’eclissare su scala colossale le prime azioni risalenti alla fine anni ‘50, per evitare una deflazione della bolla fittizia generata dalla dinamica del capitalismo reale del [saggio di profitto] P/(C+V), sono ancora in atto.

Torniamo, quindi, e concludiamo con una breve analisi dello scontro geopolitico del XXI secolo: gli Stati Uniti, e secondariamente l’Occidente nel suo complesso, con la Cina e il nuovo capitalismo asiatico, uno scontro che ha lo stesso potenziale di scatenare la rivoluzione permanente «generale» del 1848 e del 1917, come teorizzato da Marx per il 1848 e da Parvus – Trotskij per il 1905-1917[72]: una rivoluzione della classe operaia nel cuore del capitalismo «maturo» (in realtà, stramaturo) in collegamento con la classe operaia emergente nella nascente potenza «anello debole» «periferica»: la Germania nel 1848, la Russia nel 1917, la Cina in qualche futuro (si spera) non troppo lontano. L’imbroglio di USA-Cina in Asia orientale è quello in cui ci muoviamo dall’«economia» alla politica nella critica dell’economia politica.

Le rosee analisi sull’«ascesa dell’Asia», sul «passaggio del potere da ovest a est», chiudono un occhio su alcune realtà scomode. In primo luogo, forse soprattutto, il Giappone riuscì ad affermarsi come potenza industriale (e imperialista) prima del primo periodo di svalorizzazione di massa del 1914-1945, o della fase «decadente» del capitalismo su scala mondiale. Il suo sviluppo statalista dopo il 1868 è stato il modello per tutte le successive «tigri» e ora per la Cina[73]. Benché sia stata una potenza imperialista proprio dopo aver sconfitto militarmente la Cina nel 1895, dal 1945 non si liberò mai dalla tutela degli Stati Uniti e con la recente ascesa della Cina, così ancora meno. La Corea del sud e Taiwan sono gli unici paesi dell’ex terzo mondo che hanno varcato la soglia per maturare un capitalismo industriale dal 1914. Lo hanno fatto innanzitutto, come colonie giapponesi prima del 1945, portando una certa industrializzazione e in secondo luogo, sotto gli auspici degli USA dal 1945, quando la riforma agraria, essenziale per il «decollo» industriale, era consentita e incoraggiata dagli Stati Uniti come una «vetrina» di contrappeso alla Corea del Nord e alla Cina dopo la rivoluzione del 1949 (gli Stati Uniti si opposero a ogni seria riforma agraria praticamente ovunque nel terzo mondo). Per quanto oggi coinvolte nell’economia cinese, né Taiwan né la Corea del sud sono in grado di eludere la supremazia politica e militare USA; infatti, la Corea del sud ha appena (settembre 2012) messo a punto un accordo di libero scambio con gli Stati Uniti che farà dell’agricoltura coreana quel che il NAFTA ha fatto in Messico. Il caso della «monarchia ereditaria rossa» della Corea del Nord, che riguarda direttamente Corea del sud, USA, Giappone, Russia e Cina, minacciando questi ultimi cinque paesi con una riunificazione che nessuno di loro (per motivi diversi) desidera, costituisce, insieme con l’irrisolto status di Taiwan, due leve con cui gli Stati Uniti possono mantenere l’Asia orientale fuori equilibrio. Infine, la profondità del nazionalismo in Asia orientale, problema in Europa superato, provvisoriamente, attraverso due guerre mondiali, fino ad oggi esclude qualsiasi seria integrazione economica regionale in grado di costituire una minaccia più coesa per il predominio USA

È la tempistica della crisi in Occidente negli anni ‘70, con il decollo delle «tigri» e poi, dopo il 1978, della Cina, che dimostra l’enorme crescita in Asia orientale come espressione di un’unica crisi mondiale. La pletora di beni di consumo a buon mercato dall’Asia, in primo luogo dalla Corea del sud e Taiwan e poi dalla Cina, ha attenuato il declino del V (capitale variabile) negli USA e in Europa: l’austerità salariale in quest’ultima è stata parzialmente compensata dalla produzione svalutata negli USA[74]. Le esigenze della burocrazia di stato cinese, esausta da un decennio di «Rivoluzione Culturale», si è intrecciata perfettamente con le esigenze di un capitalismo occidentale che ha esaurito il modello di accumulazione del boom post bellico, basato sul plusvalore relativo.

L’ascesa della Cina è stata e continuerà ad essere un alibi utile per il capitale occidentale e soprattutto statunitense in quanto in via di transito alla fase successiva della crisi post-2008. Diverse esplosioni di xenofobia e richieste di protezionismo da parte di funzionari del governo e dell’Unione appaiono in ogni ciclo elettorale negli Stati Uniti. Il Giappone ha rivendicato le isole Ryukyu, innescando un’ondata di rivolte anti-giapponesi in Cina; nove potenze laiche pongono rivendicazioni su potenziali scoperte di petrolio nel Mare Cinese Meridionale[75] e il Vietnam ha concesso alla Marina degli Stati Uniti l’uso del porto di Da Nang, costruito dagli Stati Uniti durante la guerra del Vietnam. Anche se il bilancio della difesa USA è otto volte più grande al confronto delle dieci potenze messe insieme, il Pentagono denuncia ogni segno di aumento dell’efficienza militare cinese, come il recente lancio della sua prima portaerei. L’annunciato «perno in Asia» americano è un ulteriore riallineamento delle priorità.

Inoltre la Cina, con più di 100.000 «incidenti» in un anno di tumulti, con le dispute sulla terra fra i contadini e i funzionari del partito, per non parlare dell’impressionante sciopero del 2011 presso l’enorme stabilimento della Foxxconn e altrove, è una polveriera. La legittimazione del regime fin dal 1978 si è basata sulla consegna dell’8-10% annuo di crescita economica e sui conseguenti posti di lavoro e aumento dei redditi. Può tentare di attuare un modello aggiornato «tedesco», corporativista, di sindacati liberi e comitati di impresa, combinati con l’aumento del consumo interno da sostituire alla diminuzione delle esportazioni, ma gli ostacoli e i rischi sono grandi.

Nel frattempo, la profondità della crisi in Occidente, dopo decenni di recessione, in Grecia, in Italia, in Spagna, in Portogallo, in Francia e anche negli Stati Uniti, vede sempre più il proletariato fare ciò che «è costretto a fare» (Marx) a causa delle condizioni di crisi.

Quando questo fermento che si va approfondendo in Occidente incontra un fermento simile in Cina, le connessioni fallite nel 1848 e nel 1917 (quest’ultimo è il punto di svolta della storia, quando la storia non torna indietro, come afferma CLR James) possono «girare il mondo sottosopra» molto più di quanto fece la «Rivoluzione borghese con bandiere rosse» del 1949.

Notes

[1]   Grundrisse, 1973, p. 706.

[2] Sul riciclaggio dei petroldollari nei mercati finanziari USA, cfr. Michael Hudson, Global Fracture (1977).

[3] Il Partito Comunista Italiano ricevette il più alto successo elettorale del dopoguerra nelle elezioni del 1976; il Partito Comunista Francese sembrava un partner chiave al Partito Socialista di François Mitterrand per le elezioni legislative del 1978; e il Partito Comunista Spagnolo giocò un ruolo chiave nel contenere la classe operaia spagnola nella transizione post-Franco.

[4] Questo scenario è mutato un po’ l’anno scorso con la lotta degli scaricatori di porto di Longview (Washington), sciopero generale a Verizon dell’estate 2011, lo sciopero sconfitto alla Caterpillar e l’appena concluso (metà settembre 2012) sciopero degli insegnanti di Chicago. Ma per il periodo di 40 anni in questione, il 20% dei lavoratori americani sono stati coinvolti in scioperi o serrate ogni anno negli anni ‘70 e solo 0,05% nel 2009. Cfr. il mio articolo «The Sky Is Always Darkest Just Before the Dawn: Class Struggle in the U.S. from 2008 to the Eve of Occupy» [tr. it. «La lotta di classe negli Stati Uniti dal crollo del 2008», in www.ponsinmor.info, Newsletter n. 33, agosto 2011, qui a p. 44] su

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[5] La Corea del sud ha aderito all’OCSE nel 1996; Taiwan è stata limitata a «status» di osservatore, sotto la pressione della Cina.

[6] Queste includono anche Malaysia, Indonesia e Thailandia.

[7] L’Africa equivale al 13% della popolazione mondiale e al 3% del PIL mondiale.

[8] Nei paesi chiave come Stati Uniti, Regno Unito e Germania, i tassi di disoccupazione non scesero mai sotto l’8%. Allo stesso tempo, sia negli USA che in Germania, le grandi imprese erano impegnate nella razionalizzazione intensiva del capitale.

[9] La quale comprendeva anche qualche importante innovazione tecnologica nel 1920 e ancora nel 1930 in elettronica, prodotti chimici e nella produzione automobilistica.

[10] E successivamente superata in profondità nel 1980-1982 e dal 2008.

[11] La «sfera immediata della produzione capitalista» è naturalmente il sottotitolo del Vol. I del Capitale. È importante notare gli echi «hegeliani» nel termine «immediato», che significa «non ancora mediato», non ancora passato attraverso il «lavoro della dialettica» per essere elevato al livello di «capitale in-e-per-se-stesso». Questo è in effetti il significato di Marx e il compito dei Vol. II e III.

[12] «Capitalizzazione» si riferisce alla pratica di valutazione di un’attività basata sul profitto atteso che si genererà, con riferimento a un «piano», solitamente (negli ultimi decenni) l’attuale tasso di interesse su un buono del tesoro (T) degli Stati Uniti. Se un T-Bill di 10.000 $ rende il 2%, un’obbligazione societaria di 10.000 $ che renda il 4% è «capitalizzata» intorno ai 12.000 $; un buono paragonabile che renda l’1% (o lo 0.1%, come è il caso di questo scritto) vale 9.000 $ e così via. Quando si considera questo concetto applicato a un vecchio caseggiato centenario di baraccopoli, già pagato da decenni e ammortizzato fiscalmente cinque volte da allora, ma che ancora genera 1 milione di $ all’anno in reddito di affitto con spese minime per la manutenzione, il valore capitalizzato e il valore «reale» possono divergere molto più ampiamente.

[13] Queste includono la pressione sul salario totale al di sotto del costo di riproduzione della forza-lavoro; l’incorporazione di forza-lavoro dal di fuori del cuore dei rapporti di lavoro salariato-capitale, ovvero il reclutamento massiccio dei piccoli produttori dalla campagna; e la svalorizzazione del capitale fisso, al di là dell’intero periodo di ammortamento; e il saccheggio della natura, ovvero la distruzione ambientale, la spoliazione selvaggia dell’industria mineraria o l’impoverimento dei suoli attraverso lo sfrutta-mento agricolo. Tutto ciò costituisce la «non-sostituzione» (non riproduzio-ne) sia del C (capitale costante) sia del V (capitale variabile). Vedere il mio Capitale fittizio per principianti: imperialismo. ‘Imperialismo’ e la rilevanza continua di Rosa Luxemburg, in Capitale fittizio e crisi del capitalismo, PonSinMor, Torino 2008.

http://home.earthlink.net/~lrgoldner/imperialism.html

[14] Il movimento D-M-D’ è basato sul movimento di scambio semplice D-M-D descritto nei capitoli di apertura del I Vol. del Capitale: D-M-D’ è il denaro generato nel processo di valorizzazione dal capitalista individuale, in cui D’ è la restituzione di un D incrementato dal contatto con la forza-lavoro vivente sfruttata. Questi movimenti triadici inoltre costituiscono la sezione di apertura del II Vol., in cui Marx considera la circolazione dai punti di partenza del capitale monetario, della produzione e della merce. Infine, nel vol. III, troviamo la ripartizione del movimento D-M-D’ nel cuore della crisi, dove si evidenzia l’«architettura» dei tre volumi in quanto basata su una fenomenologia in movimento dalla cellula «semplice» (la merce) attraverso la vera e propria rottura dell’accumulazione. La verità sta nell’insieme, la quercia è la verità della ghianda (Hegel) e la forma della merce semplice implica già la rottura del sistema.

[15] Questa fu segnata dal debito societario in eccesso (un record del dopoguerra del «debito di equity ratio»), che è giunto sotto pressione intensa con il crollo della Penn Central Railroad del maggio 1970 e a seguire con i quasi fallimenti di queste grandi imprese come la Lockheed e Rolls Royce. Vedere John Brooks, The Go-Go Years [Gli anni del go-go] (1971).

[16] A quel tempo il commercio in dollari fu sospeso per alcuni giorni, dato che i cambi esteri sul mercato mondiale cominciarono a riguardare il deflusso di oro dagli Stati Uniti, minando l’intero fondamento del sistema dei tassi di cambio fissi di Bretton Woods.

[17] «Fu in tale frangente (inizi anni 1970-LG) che gli Stati Uniti si dichiarano… al seguito della corrente per modellare la speculazione basata sul mercato dell’eurodollaro contro il gonfiaggio del dollaro nella politica de facto del governo degli Stati Uniti. Il rapido impennarsi dei prestiti in eurodollari… è indicativo della… scarsità di investimenti di capitale reale nella moribonda economia statunitense centrata sulla produzione.» Richard Westra, The Evil Axis of Finance. The U.S.-Japan-China Stranglehold on the Global Future [L’asse del male della finanza. La morsa USA-Giappone-Cina sul futuro globale] (2012) p. 99.

[18] La vera base di questo aumento è controversa: alcuni lo spiegano con l’operazione classica delle leggi della rendita fondiaria (ricardiana o marxista); altri (cfr. S. Artesian, in Insurgent Notes nn. 3 e 4) non sono d’accordo. Sia come sia, l’effetto sui mercati finanziari mondiali è stato neutralizzato da accordi dei principali esportatori nell’Organizzazione del Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC) per riciclare i «petroldollari» nel sistema finanziario occidentale (Michael Hudson, Frattura globale, 1977), principalmente a New York e nella carta del governo U.S. (buoni del tesoro), oltre agli investimenti diretti nelle economie occidentali. L’effetto sulla maggior parte dei Paesi, specialmente quelli del Terzo Mondo, non è stato neutralizzato, con conseguente aumento esponenziale del loro indebitamento estero tra gli anni 1970 e 1980, e nei successivi programmi di austerità varati dal FMI e dalla Banca Mondiale. Intanto, i paesi OPEC hanno acquisito miliardi di dollari in armamenti d’avanguardia, principalmente dagli Stati Uniti. Il libro di Hudson descrive sia l’accordo tra il governo americano e i principali produttori di petrolio per riciclare «petroldollari» nei mercati di capitali degli Stati Uniti, sia l’acquisizione su vasta scala di armamenti e di alcuni beni occidentali dai governi OPEC.

[19] Il mercato azionario statunitense dal 1966 al 1982 dava origine a un tasso netto di interesse zero tenuto conto dell’inflazione.

[20] I pagamenti di interesse enorme sui buoni del governo U.S.A. e l’altrettanto enorme deficit degli anni di Reagan sono stati resi possibili a causa dei massicci prestiti da parte del Giappone (cfr. R. Taggart Murphy, The Weight of the Yen [Il peso dello Yen], 1996).

[21] La Mont Pelerin Society, fondata nel 1948 da quei conservatori anti-Keynesiani, che erano nel deserto fino all’epoca della «stagflazione» degli anni 1970, così come le dittature militari in Cile e in Argentina, ha dato loro l’occasione. Per questi «anti-statalisti», alcuni Stati non sono così male come gli altri, una propensione che avevano già mostrato nella preferenza accordata al fascismo degli anni 1930 sul «comunismo».

[22] Cile, Argentina e Uruguay sono stati i laboratori per le politiche neo-liberali, sotto dittature militari estreme. In Cile, i «Chicago boys» si erano preparati per il loro momento dalla metà anni 1950 in collaborazione con una piccola università di Santiago. Vedi T. Moulian, Chile actual: anatomía de un mito [Cile attuale: anatomia di un mito], 1997.

[23] Michael Perelman, The Pathology of the U.S. Economy Revisited [La patologia dell’ economia US Rivisitata] (2002) non solo fornisce ampio materiale sul declino dell’infrastruttura dell’economia americana (pp. 80-91), ma mostra anche come il paradigma neoclassico dominante è cieco alla domanda molto di riproduzione materiale: «…Keynes deve aver capito che le spese di ammortamento coprono la stragrande maggioranza di tutti gli investimenti…Ancora, in genere egli presuppose che tale sostituzione di capitale interviene automaticamente quando un bene d’investimento raggiunge una certa età…Si potrebbe chiedere perché qualcuno dovrebbe preoccuparsi della distinzione tra investimenti di sostituzione e investimento in generale. Infatti, l’inadeguato investimento di sostituzione è stato una delle chiavi del declino dell’economia americana durante la fine degli anni ’60 e i primi anni ’70»(ibid. p. 114). «…dati accurati sulla rottamazione e l’adeguamento degli impianti installati e del capitale non esistono…Nel corso del tempo, sempre più beni capitali cessarono di essere molto produttivi, cadendo nella categoria delle capacità fantasma… (nel boom del dopoguerra) la direzione dava scarse indicazioni di avere molta propensione a mantenere un sano stock di capitale» (ibid. pp. 134-135).

[24] Dal 1945 al 1968, il divario tra il quinto più ricco e quello più povero delle popolazioni dei paesi OCSE declinò costantemente; dopo il 1968, si invertì e divenne maggiore di prima della depressione degli anni 1930.

[25] Questo divario non deve oscurare la realtà «grigia» del grande incremento della povertà nei paesi «ricchi» e l’esistenza di un gruppo importante e ricco «globalizzato» nei paesi «poveri», come nei casi di Cina, India, Messico o Brasile.

[26] Con il mantra che le «forze del mercato» sono sempre superiori allo «stato», queste privatizzazioni quasi invariabilmente tendevano a rendere i servizi più cari, spesso seguiti da fallimento e dalla loro semplice scomparsa. A volte ci fu una collaborazione «pubblico-privato», (come esempio tra migliaia) il caso recente di un giudice della Virginia il cui tribunale minorile condannò migliaia di ragazzi, di solito con il processo farsa più rapido per l’offesa più banale, ad un carcere privato che faceva pagare alle loro famiglie pesanti somme per l’incarcerazione. Nell’invasione americana dell’Iraq, migliaia di «consulenti» privati in così fiorenti campi come «sicurezza» svolgevano mansioni precedentemente svolte da personale militare.

[27] Sui danni psicologici prodotti da questa precarizzazione, cfr. Richard Sennet, The corrosion of character : the personal consequences of work in the new capitalism [La corrosione del carattere: le conseguenze personali del lavoro nel nuovo capitalismo] (1998); anche se profondamente viziata, Bowling Alone (2000), di Robert Putnam è una presentazione accattivante di molte forme di solitudine forzata nella nuova organizzazione del lavoro e della società.

[28] Rispondendo agli scettici circa la deindustrializzazione U.S., Michael Perelman scrive: «i dati del governo sono fuorvianti perché sopravvalutano la quota di produzione nel totale dell’economia, perché non riescono a rendere conto delle importazioni utilizzate nella produzione… il governo inquadra semplicemente l’output finale del settore manifatturiero.» (Cfr. Perelman, op. cit., p. 173. Il Regno Unito è passato dall’ avere il 25% del commercio internazionale nel 1952 al 2,9% nel 2012. Cfr. Nicolas Comfort, Surrender. How British Industry Gave Up the Ghost 1952-2012 [La resa. Come l’industria britannica è diventata un fantasma 1952-2012 (2012)]. Per uno studio di un caso eccellente di deindustrializzazione e il suo impatto, cfr. lo studio di David Ranney e Chicago, Global Decisions, Local Collisions [Decisioni globali, collisioni locali] (2003).

[29] Tom Frank, One Market Under God: extreme capitalism, market populism and the end of economic democracy, (2000), Mostra (tra le altre cose) le origini ideologiche di questa nuova costellazione nella contro-cultura americana degli anni sessanta, come parte della rivolta «rivoluzionaria» contro la «burocrazia».

[30] «…L’aumento dei tassi d’interesse aggrediva le economie del terzo mondo con la caduta delle esportazioni a tal punto che fino al 1996 l’esporta-zione del terzo mondo non si sarebbe avvicinata al livello che aveva raggiunto nel 1979». Westra, op. cit. p. 88.

[31] «Tra il 1980 e il 2002, il terzo mondo rimborsò 4,6 trilioni di $ alle istituzioni finanziarie, sulla base degli Stati avanzati dell’OECD.» (Questo) «assicurò che mai più sarebbe stato in grado di realizzare un’industrializzazione su larga scala…e, eliminata ogni possibilità di rimborso, sarebbe rimasto per sempre il prosieguo dei debiti accumulati verso il FMI e la WB (Banca mondiale).» Westra, op. cit. p. 100. «Così, nel settore manifatturiero, (paesi del Terzo Mondo) sono stati resi poco più che i denti nelle catene del valore disperso e frammentato a livello globale.» (p. 104)

[32] La memoria storica nebulosa e il trionfalismo Americo-centrico delle guerra fredda attribuì il crollo del blocco sovietico al vasto riarmo di Ronald Reagan degli anni ’80. Nei fatti, il blocco sovietico era sprofondato nella stagnazione e nell’inerzia fin dagli anni 1970; Emmanuel Todd, nel su La chute finale: essai sur la décomposition du sphère soviétique, [La caduta finale: saggio sulla decomposizione della sfera sovietica], del 1976, aveva già fatto notare che il tasso di natalità in Russia, cuore dell’Impero, era diventato negativo. Gorbaciov, per parte sua, affermò dopo la sua caduta che fu la rivolta dei lavoratori polacchi del 1980-81 a convincerlo che il sistema esistente era finito.

[33] O in carcere o in attesa di giudizio o in libertà vigilata. Cfr. Christian Parenti, Lockdown America (1999).

[34] Il neo-liberismo del «Piccolo stato» ebbe anche il suo momento più bello nel commercio internazionale e nelle tariffe con il cosiddetto Doha Round (2001-2011). All’epoca, il «Washington Consensus» era stato felicissimo di obbligare i paesi più deboli ad abbandonare la loro protezione all’industria locale e all’agricoltura, il Doha Round fallì (nel 2011) a causa del rifiuto dei paesi occidentali, guidati dagli Stati Uniti, di abbassare le tariffe per proteggere la propria agricoltura e le industrie nazionali.

[35] La strategia del leveraged buyout (LBO) approfittò di una precedente legge (1909) di imposta sulle società che rese i dividendi azionari soggetti a imposta sul reddito, ma rese anche deducibili i pagamenti di interessi sull’imposta a debito societario. Quindi gli artisti del LBO sono stati in grado di spostare i bilanci aziendali dal capitale azionario (stock) al debito, rivendicando nel far ciò una magnifica detrazione fiscale. Cfr. George Anders, Merchants of Debt: KKR and the Mortgaging of American Business [Mercanti di debito: KKR e le ipoteche del Business Americano] (1992) e Connie Bruck, The Predators’ Ball (1988).

[36] «A causa delle ingenti somme di denaro che il salvataggio assorbiva, il governo riduceva la spesa per sanità, istruzione e infrastrutture». (Perelman, op. cit. p. 148)

[37] Secondo lo Sviluppo finanziario Globale della Banca Mondiale (2012), il debito del terzo mondo ammonta oggi a 4 trilioni di $. Esso si è abbassato a causa dei titoli soprattutto perché in 90 o 100 casi nazionali, esso è stato «razionalizzato» essenzialmente con la cancellazione di quelli inesigibili e prendendo in ostaggio il paese col pagamento dei soli interessi, che si estendono lontano nel futuro.

[38] Rubin era un portavoce per eccellenza del predominio della finanza sulla produzione nella «new economy»: Douglas Dowd ricorda che «i profitti delle società sono stati più di dieci volte più elevati degli interessi netti nel 1949; più di cinque volte nel 1959; più di due volte e mezzo nel 1969; più di un quarto nel 1979; dal 1989 in avanti i profitti delle imprese sono stati meno degli interessi netti» (citato da Perelman, op. cit. p. 151). «(Christoper Niggle) …constata che il rapporto tra il valore contabile delle istituzioni finanziarie e il PNL degli Stati Uniti era 78,4 nel 1960…Dal 1984 ha raggiunto 107,4» (Ibid., p. 158).

[39] Un resoconto spazzatura della campagna forzata di Clinton per spingere attraverso il NAFTA è in John Macarthur, The Selling of «Free Trade», [La vendita del «Libero commercio»], (2000). Il NAFTA non era nulla più che un’abolizione delle precedenti restrizioni messicane sui flussi e le importazioni di capitali e rapidamente gettò milioni di messicani nella disoccupazione.

[40] I costi dell’assistenza sanitaria negli Stati Uniti, allora come oggi, erano superiori rispetto a qualsiasi paese paragonabile e lasciano ancora 45 milioni di persone non assicurate. Le stime dei costi supplementari di «accettazione» degli assicuratori privati (HMOs, organizzazioni di gestione di salute) sono dell’ordine del 20-30% del costo totale, che ammonta al 14% del «PIL». L’«Atto di assistenza sanitaria a prezzi accessibili» di Obama, legalmente richiede ai non assicurati di accedere alla sanità privata a costi superiori ai 1000 $ al mese per una famiglia di quattro persone, o di affrontare multe salate. George Bush Jr. aveva anticipato questo regalo per le HMOs con un dono di 500 miliardi di $ alle aziende farmaceutiche nei suoi super strombazzati sussidi agli anziani per i loro farmaci. Meno pubblicizzato fu il prezzo di costo maggiorato per questi farmaci, stabiliti su una base «non offerta», così come un’altra legislazione e azione del governo che vietava agli stati di acquistare farmaci più economici in Canada.

[41] Le imposte sugli strati più ricchi di reddito negli Stati Uniti nei tardi anni 1970 erano del 52%; oggi sono del 25%.

α Gli «accordi di Plaza»

[42] Questo «altalena» del dollaro ha seguito il ciclo economico che risale agli anni ‘50; esso risale al rigirarsi della bolla d’aria calda avanti e indietro tra USA e i suoi creditori. La crisi del dollaro iniziò tra la fine degli anni ‘50 e i primi anni ‘60, durante il sistema di cambi fissi di Bretton Woods. Dopo la fine di Bretton Woods nel 1971-73, il dollaro diminuì contro yen e valute europee…La bilancia dei pagamenti USA restò a zero o in eccedenza in solo pochi anni, uscendo dalla recessione. Non appena si avviò il «recupero» (1975, 1983, 1994, 2003), esso parte in negativo e i dollari riprendono ad accumularsi all’estero. È una manifestazione del privilegio del «signoraggio» della moneta di riserva mondiale; solo gli USA stampano la valuta in cui sono denominati i loro enormi debiti con l’estero e, come negli anni ‘70 (con Germania e Giappone) o con il Giappone (1985) o potenzialmente oggi con le banche centrali asiatiche, guidate dalla Cina, svalutano quei debiti che rappresentano miliardi di prodotti di esportazione negli Stati Uniti. Come afferma Richard Westra, «…i primi criminali della crisi asiatica erano proprio gli stessi Stati Uniti… Dalla metà anni ‘90 la crescita dei disavanzi delle partite correnti e il settore privato bisognoso di prestiti generarono un disperato bisogno di fondi che fluivano in un polo di crescita economica centrato sul Giappone…Tramite il G-7, poi, gli Stati Uniti cercarono di correggere i “disallineamenti” delle principali valute rispetto al dollaro che il segretario del tesoro Rubin riteneva non riflettessero i “fondamentali” economici degli USA presumibilmente forti…possiamo concordare con Michael Burke che nessun resoconto del presunto “boom” della new economy degli USA può fare giustizia alla domanda in assenza di considerazione della crisi asiatica.» (op. cit., pp. 132-134).

[43] «I beni esteri netti del Giappone salirono dal 10 al 30 % del PIL tra il 1990 e il 1998… nel 1997 e nel 1998 la posizione estera del Giappone di 958 miliardi di $ e di 1,153 trilioni di $ è rispettivamente un’immagine virtuale speculare di quella degli Stati Uniti, rispettivamente -1,066 trilioni di $ e -1,537 trilioni di $.» Westra, op. cit. p. 128.

[44] Il mercato obbligazionario riflette il processo di «capitalizzazione» descritto in precedenza. Quando aumentano i tassi di interesse generali, essi abbassano immediatamente il valore di tutte le obbligazioni che fruttano meno del tasso di interesse corrente. L’aumento del tasso nel 1994 permise ai commercianti di titoli di incrementare le loro commissioni con un fatturato costante, con grandi portafogli di tali obbligazioni svalutate.

[45]Dopo il «decennio perduto» del Brasile seguito alla crisi del debito del 1982, esso soffrì un secondo decennio perso negli anni ‘90. Cfr. I. Lesbaupin (coordinatore), O Desmonte da Nacao. Balanco do Governo FHC (1999). Come altrove, le politiche neo-liberiste in Brasile comportavano ulteriore trasferimento di ricchezza verso le posizioni elevate in quella che era già una delle società più ineguali del mondo, la distruzione della sicurezza sociale e dell’ assistenza sanitaria e grande svendita di beni pubblici a prezzi stracciati. In Messico, «i 30 anni dal 1982 al 2012 sono una singola unità, resa possibile dall’alleanza tra il PRI (Partito Rivoluzionario Istituzionale) e il PAN (Partito dell’Alleanza Nazionale). Ciò comporta selettiva e massiccia repressione, scomparsa di persone, brogli elettorali, ricambio generazionale con l’arrivo di giovani senza futuro adattati ad una situazione degradata, riorganizzazione del curriculum scolastico, con eliminazione della coscienza storica (anche nelle sue forme: borghese, costituzionalista, liberale, nazionale…»(“Lettera dal Messico”, di prossima pubblicazione in Insurgent Notes n. 7, ottobre 2012). Dopo la crisi del debito del 1982, il tenore di vita degli operai e contadini messicani cadde del 50%; Dopo la crisi del 1994-95, è caduto di un altro 50%. «La riduzione dei salari dei lavoratori messicani è stata raggiunta nello stesso periodo del regime di Pinochet, al solo scopo di fare del Messico un centro internazionale maquiladora». (ibid.)

 

[46] Un resoconto tra molti è in Donald Kirk, Korean Crisis. Unraveling of the Miracle in the IMF Era [Crisi coreana. Disfacimento del miracolo nell’e-poca del FMI ](1999). Alle condizioni di salvataggio del FMI, tutti i candidati alla Presidenza coreana nel dicembre 1997 dovettero sottoscrivere il loro impegno ad onorare il pacchetto di austerità del FMI.

[47] Persino un Guerriero Freddo dalle credenziali impeccabili come Richard Nixon denunciò il trattamento vendicativo, avaro dell’Occidente verso la Russia prostrata dopo il crollo.

[48] Su questo, vedere l’articolo “The Harvard Boys Do Russia”, http://www.thenation.com/article/harvard-boys-do-russia#. L’autore ha scritto successivamente un rapporto dettagliato di questo saccheggio in con-dominio tra Ivy League/governo degli Stati Uniti/Wall Street: Janine R. Wedel, Collision and Collusion: The Strange Case of Western Aid to Eastern Europe [Collisione e collusione: la strano caso degli aiuti occidentali all’Europa dell’est] (2001). Un altro membro del «meglio e del più brillante» fu Jacques Attali ideologo del francese Mitterrand, che nel 1991 contribuì a fondare la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (BERS), apparentemente per finanziare la transizione russa, e successivamente dimessosi sotto una nuvola di scandalo.

[49] Nel rapporto del 2006The World Economy [L’economia mondiale](2 voll., 2006) dell’ufficialissimo centro studi per lo sviluppo dell’OCSE, apprendiamo (p. 25) che come nel 1998, in Europa orientale e Russia insieme, c’era un calo del 25% dal 1973. La disoccupazione (p. 133) in Europa occidentale nel 1994-1998 raggiungeva in media l’11%, superiore a quella del 1930.

[50] Vedi Nicholas Dunbar, Inventing money : the story of Long-term Capital Management and the legends behind it (2000) .

[51] Westra, op. cit., p. 81: «… in fondo, la globalizzazione è semplicemente un termine generato dalla transustanziazione degli USA in un’economia globale; un’economia globale in cui gli Stati Uniti sfruttano il signoraggio del dollaro in un blocco finanziario internazionale dominato da Wall Street, attraverso il quale essi poi foggiano la produzione mondiale di beni materiali da cui dipendono…»

[52] Cfr. il saggio di M. Hart-Landsberg et al., «China and the Dynamics of Transnational Accumulation» [«La Cina e la dinamica della accumulazionetransnazionale»], in M. Hart-Landsberg et al., Marxist Perspectives on South Korea in the Global Economy [Prospettive marxiste sulla Corea del sud nell’economia globale] (2007). «…Nel 2004, Cina e Stati Uniti rappresentavano quasi la metà della crescita mondiale…Nel 2002, la Cina è diventata il più grande destinatario di investimenti diretti esteri nel mondo…La crescita economica della Cina è stata sempre più dipendente dalle attività di esportazione di queste corporazioni transnazionali». (pp. 116-17).

[53] Westra, cfr. op. cit. p. 85: Wal-Mart era «il numero uno in assoluto dei datori di lavoro USA con 1,3 milioni di lavoratori… dal 2003. Le vendite di Wal-Mart quell’anno erano 256 miliardi di $… essa gestiva una rete di 60.000 fornitori in più di 55 paesi. Si stima che Wal-Mart abbia portato risparmi da basso prezzo ai consumatori americani dal 1985 al 2007 per la somma di 287 miliardi di $!».

[54] In The World Economy (2 voll., 2006) (op. cit.) apprendiamo (p. 25), che a partire dal 1998, in 168 paesi per un totale di un terzo della popolazione del mondo, non c’ è stato alcun progresso economico dal 1980.

[55] Dal 1985 al 1998, la Russia ha subito la contrazione demografica peggiore mai registrata in tempo di pace, durante la quale l’aspettativa di vita è scesa anno dopo anno da 65 a 52.

[56] La disoccupazione (p. 133) in Europa occidentale nel 1994-1998 raggiungeva in media l’11%, superiore a quella del 1930 e arrivava ad una media di 8-10% durante gli anni ‘80 e ‘90 nel suo complesso.

[57] Cfr. David Ost,The defeat of Solidarity : anger and politics in postcommunist Europe [La sconfitta della solidarietà: rabbia e politica nell’Europa postcomunista] (2005) per un ritratto di alcune di queste città, che avevano fornito le truppe d’assalto a Solidarnosc nel 1980-81, dopo di che l’aspirante classe yuppie globalizzata raccolse i benefici, sia in Polonia sia come residenti all’estero.

[58] Tra i molti libri su Enron, azienda paradigmatica dello schema Ponzi della «gabbia d’oro» della «New Economy», cfr. B. McLean/P. Elkind,The Smartest Guys in the Room [I ragazzi più intelligenti in camera] (2003). Enron ha perfezionato l’arte di nascondere i debiti «fuori bilancio» mentre denunciava utili fittizi per aumentare le azioni della società, che i dirigenti poi vendevano segretamente al momento in cui raggiungevano il prezzo più alto, infliggendo miliardi di perdite agli azionisti, compresi i dipendenti della Enron, che avevano ricevuto una parte significativa del loro compenso in azioni Enron.

[59]Cfr. B. McLean/J. Nocera, All the Devils Are Here[Tutti i diavoli sono qui] (2010) per il materiale sul fenomeno subprime. L’espansione dell’edilizia a sua volta alimentò l’espansione di mobili ed elettrodomestici; è stato stimato che il boom ha raggiunto il massimo livello allorché questi settori insieme rappresentavano il 50% di tutta l’attività economica negli Stati Uniti, finanziata da capitali stranieri (soprattutto banche europee), che a loro volta sono stati catturati nella rete quando cominciò lo scasso.

[60] Il debito federale degli Stati Uniti si è aggirato tra 1 trilione di $ e 4 trilioni di $ tra il 1980 e il 2000; gli Stati Uniti, che erano stati un creditore globale dalla I guerra mondiale, nel 1984 diventarono un debitore netto internazionale; questo indebitamento netto (dollari detenuti all’estero meno i beni d’oltremare U.S.) è attualmente stimato a 5 trilioni di $.

[61]Westra, op. cit., p. 19: «prima del crollo recente gli Stati Uniti coprivano circa il 70% di tutti i flussi finanziari internazionali per finanziare il proprio deficit che costituisce oltre l’1,5% del PIL mondiale totale.»

[62] Occorre tuttavia precisare che alcuni esportatori stranieri negli stessi Stati Uniti erano imprese statunitensi, quindi confondevano piuttosto l’immagine. Ma oltre il 50% degli investimenti diretti esteri in Cina proviene da Hong Kong, Taiwan, Singapore e Giappone. La presenza di alcune corporations degli Stati Uniti non ha avuto effetti sulla volatilità del totale «balzo del dollaro», riciclato in relazione al finanziamento del debito pubblico degli Stati Uniti e alla sua capacità di espandere ulteriormente il credito interno. Come detto precedentemente, gli Stati Uniti negli anni ‘70 (con la Germania ed il Giappone) e negli anni ‘80 (con il Giappone) svalutarono unilateralmente quelle imprese straniere; la possibilità di una terza svalutazione dei 4 trilioni di $ detenuti dalla Cina, dal Giappone, dalla Corea del sud e da Taiwan era una preoccupazione importante per il futuro fino a che la rinascita post-2008 della condizione di «oasi» del dollaro non mettesse al sicuro tale preoccupazione. Secondo Westra (op. cit., p. 72), «nell’espansione postbellica fino all’inizio degli anni ‘70, la “vendita” di merci da parte di filiali degli Stati Uniti N-F (non finanziari) di MNC (società multinazionali) di nuovo alle loro aziende nazionali negli Stati Uniti ammontava a un terzo delle importazioni degli Stati Uniti». Ciò non ha risparmiato il Giappone dalla rivalutazione del 40% delle proprie importazioni negli Stati Uniti a seguito della rottura di Bretton Woods del 1971-73.

[63] Un termine che respingo perché gli Stati Uniti, almeno, non sono mai realmente emersi dal primo «tuffo», se si considera la disoccupazione reale (probabilmente del 15%), i tassi reali d’investimento o l’eliminazione di un terzo del «valore netto» della «classe media». Le banche e le società sono a filo di cassa a causa della reflazione su più fronti post-2008 e con ciò non stanno facendo proprio nulla, perché poco o nessun investimento redditizio è in vista.

[64] Gli investimenti cinesi d’oltremare danno la priorità all’accesso alle materie prime, come al Canada (cfr. Financial Times, 11/10/21), al petrolio del sud Sudan (FT 21/02/12) e all’Australia (FT, 25/06/12); la banca di sviluppo cinese ha prestato al Venezuela 20 miliardi di $ nel 2010 per garantire le spedizioni di petrolio (FT 24/09/12). Le imprese di costruzione cinesi costruiscono in Africa e in Asia e guardano sempre più ai mercati UE e USA (FT, 14/09/11); la società di infrastrutture Sinohydro ha in corso progetti in 55 paesi in Africa e Sud America (FT 04/01/12) e si muove in Europa (FT 1/21-22/12), come per esempio nei servizi del UK (FT, 18/07/11); ); l’azienda agro-alimentare Cofco ha comprato il vigneto Chateau Viaud in Francia (Financial Times 2/5-6/12); le banche cinesi hanno prestato 75 miliardi di $ in America Latina dal 2005 (FT, 16/02/12); Gli esportatori cinesi hanno triplicato la loro quota di mercato in Africa dal 2002 (FT, 27/03/12); il commercio della Cina con l’Africa era di 150 miliardi di $ nel 2011, e qui centinaia di migliaia di disoccupati cinesi si avviano come commercianti (FT 08/05/12); stanno aumentando gli investimenti in Europa orientale (FT 18/05/12); ); l’Amministrazione dello Stato per lo Scambio con l’Estero ha 300 miliardi di $ da investire, con una «determinazione a diversificare i suoi investimenti, soprattutto fuori dal debito del governo degli Stati Uniti e dal dollaro». (FT 12/06/12). Ultimo ma non meno importante, le acquisizioni cinesi di beni degli Stati Uniti hanno già totalizzato 8 miliardi di $ nel 2012 (FT 23/08/12) e la Banca di Sviluppo Cinese ha 985 miliardi di $ in attivi e operazioni in 130 paesi (FT 24/08/12).

[65] Questo spostamento in Africa non è esente da critiche, come il Presidente sudafricano Jacob Zuma, che in luglio dice (FT 20/07/12) che «la precedente esperienza economica dell’Africa con l’Europa impone una necessaria prudenza…», dopo che la Cina ha annunciato 20 miliardi di $ in prestiti al continente.

[66] Vedi FT, 5/15/12.

[67] La Germania nel 1922 aveva già stipulato il trattato di Rapallo con l’Unione Sovietica per rompere l’isolamento imposto dal trattato di Versailles; la «Ostpolitik» di Willy Brandt agli inizi degli anni ‘70 si spostò (più blandamente) nella stessa direzione; Gerhard Schröder, cancelliere della SPD dal 1999 al 2005, coltivava stretti legami con Putin per assicurare un flusso costante di gas naturale.

[68] FT 6/14/12.

[69] FT. 4/13 e 4/14/2010.

[70] Questi sono i nomi popolari per le imprese di governo sponsorizzato (GSEs) Federal National Mortgage Association e Federal Home Loan Mortgage Corporation

[71] Summers, come accennato, aveva annullato le iniziative giapponesi per formare un Fondo Monetario Asiatico all’altezza della crisi asiatica 1997-98; sia Summers che Geithner, insieme al segretario del Tesoro di Clinton Robert Rubin, avevano spinto fortemente per l’abrogazione del Glass-Steagall Act del 1938, che separava l’attività bancaria tra commerciale e d’investimento, permettendo a quest’ultima di tornare al mercato azionario su larga scala. Il resoconto giornalistico di Obama e la capitolazione della sua amministrazione a Wall Street e l’«industria sanitaria» lobbistica nei suoi primi mesi, è in Ron Suskind, Confidence Men: Wall Street, Washington, and the Education of a President [Uomini di fiducia: Wall Street, Washington e l’educazione di un Presidente] (2011).

[72] Marx utilizza il termine «rivoluzione permanente» nell’Indirizzo alla Lega dei Comunisti del 1850. Il termine si riferisce al ruolo della classe operaia in un paese dove la borghesia nazionale (Germania nel 1848, Russia nel 1905 e 1917) è troppo debole per combattere l’ancien régime senza assicurarsi l’appoggio della classe operaia, il «quarto stato». Di qui la possibilità della classe operaia di andare oltre i confini delle rivendicazioni borghesi e fare la rivoluzione «permanente». Trotskij e Parvus svilupparono la teoria applicandola in Russia, ben prima che Trotskij si proclamasse un bolscevico nel 1917; a mio avviso, essa costituisce il suo più importante contributo al marxismo e può essere separata dal suo successivo bolscevismo, in particolar modo visto che prima del 1905 egli aveva previsto già sorprendentemente la traiettoria autoritaria del bolscevismo nelle sue preveggenti e poco lette critiche a Lenin nel Rapporto della delegazione siberiana (1903) e La nostra attività (1904).

[73] Vedere il mio testo sullo sviluppo capitalistico asiatico 1868-1930 sul sito web Break Their Haughty Power

[74] Questa convergenza è indicata più brevemente nell’eccellente libro di Bruno Astarian, Luttes de classes dans la Chine des reformes (1978-2009) (2009), specialmente pp. 147-152.

[75]Questi paesi includono Vietnam, Filippine, Taiwan, Brunei, Malesia e Cina